MATRIMONIO

Il matrimonio segnava l’inizio di una nuova vita per i due giovani. Essi divenivano finalmente parte del mondo degli adulti (vd. Esempio riportato nella sezione del fidanzamento). Sposarsi era una necessità, specialmente per le donne che in questo modo potevano assicurarsi la stabilità economica all’interno di una famiglia. Anche gli uomini “i schiitti” dovevano ambire con tutte le forze  al sacro vincolo.
Tuttavia non ci si sposava mai a caso. Complessi riti di fidanzamento precedevano di due o tre anni l’evento, in questo lasso di tempo si analizzava  la situazione dell’altra famiglia e ci si scambiavano i “dovira”.  Spesso i matrimoni erano frutto d’accordi tra i genitori e quando ciò accadeva le madri solevano dire alle figlie “porta pacinzia” se il marito risultava di brutto carattere.
In qualsiasi caso, in qualunque modo si fosse giunti “o zitaggini” , se tutto era andato per il giusto verso arrivava il momento di scegliere la data del matrimonio.
La Signora A precisa che

“chissu assecunnu u travagghi ca facia u zitu, siddi i pariinti erini libiri (..)  Chidda (la madre della sposa) ad esempii ci diciani a data u matrimunii a scigliivani…chidda ci dicia… ia ancora hai a finiri u corredi. E quinni macari a spostavani d’un misi”

“dipende dal lavoro del fidanzato, dagli impegni dei parenti (..) . quando comunicavano la data del matrimonio alla madre della sposa…(poteva accadere) che lei dicesse… io ancora devo ultimare il corredo. E dunque il matrimonio si rimandava di un mese”

La scelta era influenzata  anche da credenze legate ai giorni della settimana e ai mesi. Non ci si sposava a Maggio percchè

“a maggi no picchi c’arragghiani i scecchi e c’era a zita ca si girava e c’era u sceccu ca c’arragliava”
“a Maggio no perché gli asini gli ragliano dietro e quando la fidanzata si gira si trova l’asino che raglia”

va detto che nelle pratiche di divinazione, legate soprattutto al culto del Battista, il ragliare di un asino era  considerato assai nefasto per la sua cadenza lamentosa.

Non ci si sposava ad Agosto perché considerato mese cimiteriale:

“ cu accatta scupi ad Austu va scupa o cimiteri! (…) un si po’ cunzari u liitti!”
“un si lava a lana!”

“ chi compra scope ad Agosto va a pulire il cimitero (…) non si può sistemare il letto per la prima volta (o lo userà come catafalco)”
“non si lava la lana!”

Non ci si sposava neanche a Novembre essendo il mese dei morti ma anche il mese più impegnativo nei campi. V’erano poi periodi come Avvento e Quaresima in cui, fino a metà del novecento (e in alcuni casi ancora oggi) erano interdetti i matrimoni.

Per quanto riguarda i giorni della settimana il giorno  più gettonato per i matrimoni era il Sabato, infatti raccolgo dalle due informatrici e da altri intervistati che:
“ U Luni no, picchi va a ruzzuluni”
“di Venniri e di Marti né ziti e mancu si parti”
“ U miercuri è di Virgineddi”[1]
“U iuovu chiama venniri cu duluri!”[2]

“Lunedì no, perché va male”
“di Venerdi e di Martedi né matrimoni né partenze” ( non si cominciavano neanche lavori per neonati o corredo)
“ il Mercoledì è tributato alle Verginelle di San Giuseppe”
“il Giovedi chiama dolorosamente il Venerdì” (in relazione alla settimana Santa , il Giovedì è giorno misto di allegria- la cena- e dolore –l’inizio dei patimenti di Cristo)

Ancora più nello specifico non ci si sposava mai il 3 Maggio[3] (giorno in cui, secondo la tradizione, aleggia il demonio sulla cittadina), né il 17 del mese. [4]

Scelta la data, o a volte anche prima, si procedeva all’accordo sulla dote. La sposa doveva possedere un cospicuo corredo che la suocera analizzava insieme alla madre. succedeva infatti che:

I: allura ntanti c’era a famosa cascia…sta cascia era un….baulli!e di dintra si ci mittia tutti u corredi E l’ava accattari a zita.
R: e com’era sa cascia
I: di ligni e di dentro foderata. Pua appuco appoco vinni a finiri chiù bella. E si ci mittia tuttu u corredi na sa cascia…sempri duoppu ch’era scritti. Picchi ‘mpazzica….

I: allora intanto c’era la famosa cascia, che era un… baule! E dentro ci si metteva tutto il corredo. Doveva comprarla la fidanzata.
R: com’era questa cascia?
I: di legno e dentro foderata. Poi appoco appoco fu fatta più bella. Vi si metteva tutto il corredo…dopo essere stato scrito. Perché non si sa mai….

Il corredo si scriveva a “dui o a quattru o a dudici” ossia elencando  i vari pezzi in numero due, quattro o dodici. Si provvedeva quindi che,ad esempio, le asciugamani date alla figlia non fossero mai tre, ma semmai quattro.  Il modo con cui si esprimeva il concetto era “ a quantu u porta u corredi”.
la lista chiamata “carta da doti” o “minuta” veniva stilata in due copie che poi erano affidate alle due consuocere.[5]
il corredo si divideva in due parti: quello che sarebbe stato messo nella “cascia” dopo l’esposizione e quello che invece possiamo definire utile. Era infatti uso inserire nel corredo scarpe, vestaglie, abiti e soprattutto “a vesta i l’uottu iorna” (vestito degli otto giorni) che avrebbe indossato la sposa otto giorni dopo il matrimonio durante la visita ai parenti.
L’analisi e la trascrizione della dote poteva avvenire in momenti specifici : o prima che si disponesse per l’esposizione o quando essa aveva fine.
Soffermiamoci un attimo proprio su “A misa du corredi” . L’attività di finire, lavare e stirare (“lavari, stratagghiari, stirari”) il corredo coinvolgeva allora, come ancora oggi succede, un gran numero di donne reperite tra parenti e vicine di casa. Si respirava un’aria di festa e non mancavano piccoli scherzi e battute salaci da parte delle più anziane. Agli uomini non era negata la possibilità di assistere alla preparazione del corredo ma il più delle volte essi si isolavano volontariamente. Il loro aiuto era richiesto solo per montare “i tavuli” su cui si esponeva. A proposito dell’esposizione la Signora B, testimone fedele di tradizioni più antiche, ricorda che

“  u corredi si lavava si stirava ognuni su dispunia a so casa, u masculi ni iddi e a fimmini a so casa”
“il corredo si lavava si stirava e ognuno lo esponeva a casa sua, il maschio da lui e la femmina da lei”

La Signora A invece ricorda che  nella stessa stanza, a casa della ragazza, si disponeva da un lato il corredo dello sposo e dall’altro quello della sposa.
In entrambi i casi gli invitati, i parenti, i vicini e i curiosi andavano a vedere quest’esposizione  cogliendo l’occasione per portare il regalo[6] o fare gli auguri. Seguivano i commenti  

“picca cinni detti assai cinni detti…sciucamani chiossai… siddi iera o norvegesi  siddi ci mancava chisti…”

i regali si esponevano in un’altra stanza (.20)   a casa della fidanzata. Frequentemente si ricevevano lumi, tazze da latte o caffè ma maggiormente soldi.  Tra il corredo o i regali si esponeva “u finiminti” ossia i gioielli in coordinato che la suocera le regalava (anello, collana, bracciale e orecchini)[7]

Altra occasione di feta era data dal lavaggio della lana, con cui sarebbero stati  riempiti cuscini e materassi nuovi, presso una contrada detta “ a Cava” . così descrive la scena la Signora B:

“ chissa a ficimi, ni ni aumi o sciumi e iaumi a lavari a lana…faciumi manciati dda no sciumi… tutti assimi i du famigghi ci iaumi…era na festa: lavari a lana. Ci iaumi du iorna, un iuornu p’asciucalla, un iornu pi lavalla era na festa!”

“questo lo facevamo, andavamo al fiume e andavamo a lavare la lana…. Facevamo dei pranzi là nel fiume… tutte e due le famiglie insieme….era una festa: lavare la lana. Ci andavamo due giorni, una per asciugarla[8] e una per lavarla..era una festa!”

Prima di cucire definitivamente il materasso si era soliti inserire un immagine Sacra anche molto piccola. Nel pavimento sotto il letto o nel muro si incastrava una monetina (5 lire) perché portasse provvidenza[9].

La casa nuova o la stanza da letto appena creata (a carico della famiglia della sposa), erano interdette alla sposa nel giorno delle nozze, essa non doveva sapere neanche che lenzuola erano state messe. In altri giorni invece si provvedeva a far benedire la casa e il letto e ad appendere, sempre per provvidenza, una qualche immagine Sacra.
Nelle zone alte di Castelbuono si era soliti interpellare i Padri Cappuccini per le benedizioni della casa anche perché considerati “intimi da Madonna” (in relazione al Santuario di Gibilmanna retto da quest’ordine).

L’uomo, doveva portare in dote una parte di corredo, “ trispi e tavuli” del letto e poche altre cose essendo considerato egli stesso di gran valore.
la sera prima del matrimonio era, ed è, uso “purtari a serenata a zita”.  Il fidanzato, scortato da amici e parenti e da un gruppo di musicisti (spesso era solo un uomo con un mandolino), si recava sotto la finestra della promessa sposa iniziando a cantare.  Non si trattava affatto di una sorpresa, come quelle che durante il fidanzamento era lecito fare, ma era l’ultimo atto con cui il padre consegnava la figlia.
Durante la prima canzone si affacciava il Padre, poi appoco appoco la madre e i parenti. Solo intorno alla terza poteva affacciarsi la ragazza. Quando il fidanzato finiva il suo repertorio  di canzoni d’amore, il padre della sposa invitava tutti a salire e si avviava una piccola festicciola in casa. Canzoni scherzose e spesso con mal celati doppi sensi prendevano il posto delle note amorose.  Oggi lo schema è in parte rispettato, tuttavia la fidanzata si affaccia subito e non attende il consenso del padre.
La Signora A ricorda come canti di serenata la celebre “rapi sta porta, sta porta rapi” ma sono davvero tante e varie, tra le salaci impossibile  non ricordare “u basilicò”.[10]
Il giorno del matrimonio detto “u iuornu di ziti”, i due sposi si preparavano ognuno a casa propria senza potersi vedere. Tutti i matrimoni erano celebrati a metà mattinata eccetto quelli di fuitizzi[11], gente a lutto  e vedovi che si risposavano. In questi casi o si celebravano di  notte (“e quattru i notti pi fuitizzi” “ alle quattro di notte per chi era scappato”) o a Vummaria (pomeriggio inoltrato; all’Ave Maria) come testimonia la signora A

“ia siinti diri ca ma nonna dicica si maritavi a Vummaria…druocu…picchì c’ava murutu so ma. Puri c’avia di tantanni un fici u matrimuniu prestu… picchi u luttu tanni si purtava”

“io ho sentito dire che mia nonna si sposò all’Ave Maria…lì… perché le era morta la mamma. Anche se era successo da tanti anni non l’ha fatto il matrimonio presto….perchè il lutto allora si portava”

Come la stessa intervistata racconta poco più avanti, qualche volta accadeva che, essendo morto qualcuno di famiglia il giorno stesso delle nozze, il matrimonio procedeva ugualmente: “a sposa niscivi di iusi e u muortu era susi” (la sposa uscì da primo piano mentre il morto era sopra).

Tutti i Matrimoni fino agli anni 50-60 erano Celebrati unicamente alla Matrice Nuova, nonostante esistessero altre parrocchie.

Anche l’abito della sposa dipendeva dalla sua condotta morale, una sposa fuitizza non poteva indossare né un vestito lungo né tanto meno bianco e di solito metteva un taglier di tinte pastello.
Eccezione va fatta per i matrimoni celebrati a fine ottocento, quando ancora, tra il popolo non era in uso l’abito bianco.
Il vestito da sposa veniva  tessuto e cucito in casa, spesso di broccato o stoffe dall’apparenza ricca. La Signora A ci offre una notizia abbastanza interessante quando ci dice che gli abiti da sposa potevano o essere riutilizzati di generazione in generazione cambiando i merletti e aggiustandone le dimensioni o smembrati e tagliati per ricavarne camicette e tunichina battesimale per la prima figlia femmina come ad augurarle il matrimonio. Il giorno del matrimonio non doveva avere collane e ori, se non qualcosa di semplice, non doveva truccarsi né mettere lo smalto perché “ava iri semplici” (doveva apparire semplice). Sul capo doveva avere necessariamente il velo se non voleva essere scambiata per una poco di buono.

Lo sposo vestiva un abito scuro, a volte di velluto, che poteva poi ben riutilizzare sia per il battesimo dei figli che per le processioni sotto l’abitino.[12]

I parenti tutti, ovviamente, si agghindavano negli abiti migliori. Alcune bambine, vestite in abiti bianchi, facevano da damine alla sposa. Un bimbo portava solitamente le fedi su un cuscinetto.  Particolarmente ben vestiti dovevano essere i testimoni (cumpara d’aniddi) scelti fra gli amici.

Il corteo nuziale dello sposo  doveva giungere in chiesa prima ed ivi aspettare la sposa.  Esso era così composto, davanti stava lo sposo accompagnato dalla madre o , in sua vece, dalla sorella maggiore o una sorella della madre, seguivano i parenti. Stessa struttura aveva il corteo della sposa accompagnata dal padre.  

I vicini…

scupavini tutta a strata ci mittiani i rasti…u finucchini ch’era dra pianta a finucchini ci mittiani chista…ci mittiani i veli e i cosi c’aviani”

“Però pulivano tutta la strada e ci mettevano le piante…u finucchini che era una pianta come il finocchio selvatico, mettevano questa…mettevano i veli…le cose che avevano.”

Una volta giunti in chiesa, la sposa entrava con il padre, lo sposo le consegnava il Bouquet e cominciava la celebrazione.  Una precisazione va fatta sul mazzo di fiori. Anticamente erano composti con le calle o le rose o fiori  di zagara, gradualmente poi si cominciò a comprarli. Il mazzolino poteva poi subire diverse sorti: se uno dei genitori, o un fratello degli sposi era morto, i due portavano il bouquet al cimitero con gli abiti nuziali. In altro caso o si divideva alle nubili o si lanciava tra la folla, chi lo prendeva avrebbe avuto speranza di sposarsi presto.[13]  L’arredo della chiesa invece era a cura dei parenti che spesso utilizzavano edera e altri fiori presi dalle campagne.  Durante la celebrazione dovevano essere tenuti d’occhio gli anelli, una loro caduta sarebbe significato la fine prematura del matrimonio. Anche le candele sull’altare potevano dare prognostici sugli sposi[14]. Un’eventuale errore del celebrante era visto come un brutto segno.
una nota sulle fotografie è d’obbligo. Fino al 1947 ca. non era permesso scattare fotografie agli sposi mentre ernano in chiesa se non  dalla balconata dell’organo, quindi di spalle. La foto ufficiale con i parenti era scattata all’esterno (davanti la porta o sulla scalinata), tuttavia spesso non vi si mettevano i genitori convinti  che la loro presenza potesse diminuire gli anni di felicità della neocoppia.
La festa proseguiva con il pranzo. A questo punto le due informatrici si discostano nuovamente sugli usi.
La Signora A ricorda che si festeggiava il matrimonio alla Nebrodese, un locale in affitto molto ampio e decorato . o, nel caso di pochi invitati o di lutto in casa. Quando si andava alla Nebrodese era uso farsi preparare il pranzo da alcuni che, come i moderni chef, curavano l’intera realizzazione.
diversamente la Signora B ci dice che  “ a manciata” si faceva sempre in casa e…

“si facia pasta a bruodi chiossai e si manciava dintra, u scisciddi si facia sempri dintra si facia (..) na so casa propria mi livai u veli… m’assittai…ci fu u pranzi pi tutti..na casa china. Pua undumani matina c’erini tutti i piatta a lavari e a sposina iava a lavari i piatta, tutti dui ni partimmi e ni ni iammi na soggira e pua u soggiri ni fici attruvari si chiamava a STRINA, o sordi…a mia ficiri attruvari u vasi di notti di porcellana bianco.”

“Si preparava soprattutto la pasta a brodo  e si mangiava a casa, si preparava u scisciddi[15] sempre a casa (..) in casa sua (dello sposo) mi sono levata il velo, mi sono seduta ed è iniziato il pranzo per tutti…c’era la casa piena di gente. Poi l’indomani mattina bisognava lavare tutti i piatti e la sposina ci andava, tutti  e due siamo andati da mia suocere e poi il suocero ci ha fatto trovare un regalo che si chiamava STRINA, o soldi… a me fece trovare il vaso da notte di porcellana bianco”

Ribadisce ancora la questione del lavare i piatti così:

“Undumani matini mi susii presti ca vasinnò i chistiani ni taliani..ni vergognaumi…  presti presti quantu un ni viri nuddi e iaumi a bussari na porta du soggiri na soggira c’avumu a lavari i piatta”

“L’indomani mi sono alzata presto per non far pensare male la gente…ci vergognavamo….presto presto in modo che nessuno ci poteva vedere e andavamo a bussare alla porta del suocero, dalla suocera per lavare i piatti.”

Il pranzo era allietato dalla musica e dai balli (tarantelle, contradanze[16], mazurche) ed era l concluso dalla distribuzione di vassoietti di dolci “i ‘nguantirini” così come nel battesimo. Solo successivamente si cominciarono  ad usare i confetti e in un passato recentissimo le bomboniere per tutti gli inviatati e non soltanto per i testimoni. Il pranzo era pagato dalla famiglia dello sposo, ma accadeva anche che si facesso o a metà oppure “a cunta”(ognuno pagava secondo  il numero degli invitati che aveva). Si  dice di “essiri i sarvietta” o “i vistiti tisi” per dire di essere invitati.

La strina del suocero era accompagnata dal cibo che, per otto giorni, la madre dello sposo portava alla nuora, qualora non partissero per il viaggio di nozze, che cominciò a diffondersi negli anni trenta. La signora B non partì ma ricorda che alcuni lo facevano. Spesso era l’occasione per andare a trovare qualche parente e di solito aveva luogo sempre in Sicilia (Palermo era tra le mete più gettonate[17]).

Le feste nunziali si concludevano “all’uotti iorna”, solitamente si facevano coincidere con la Domenica, quando gli sposi  andavano a far visita a tutti i parenti  indossando gli abiti appositamente cuciti e u finiminti.

“l’abiti i l’uotti iorni si facia… ia mi fici u triquarti era comi un cappuotti ca però tutti chisti ava a pariri di vesta. Si iava ni tutti i pariinti intimi ne suori di patri, ne suori, ne frati vasinnò s’offinniani…e allura ci iaumi…na vota ni una, na vota ni nautri ni l’aumi a furriari tutti si faciani attruvari cu i ‘nguanteri cu i cosi..ni faciani trattenimenti…”

“ l’abito per l’ottava si faceva, io mi sono comprata il tre quarti, esso era come un cappotto che lasciava scoperto un pezzo di vestito. Si andava da tutti i parenti intimi, dalle sorelle del padre, dalle sorelle, dai fratelli se no si offendevano…e allora andavamo…una volta da uno, una volta da un altro, dovevamo girarli tutti. Si facevano trovare con i vassoi di dolci e ci facevano festa”

 


[1] Sia durante la  festa di San Giuseppe che in un mercoledì dell’anno era possibile “fari i Virgineddi” ossia imbandire, per voto, una tavola a 10-13 bambine povere.

[2] Un proverbio satirico avverte “Miercuri e Luni arruzzuluni Venniri e Marti un si parti u Iuovu chiama Venniri u Sabatu unni ha ghiri chi Duminica ha viniri?”

[3] In questo giorno si evita qualsiasi attività o decisione importante.

[4] Si stava molto attenti alla data calendariale e al Santo che in essa veniva festeggiato. La Signora Concetta racconta di una coppia che evitò di sposarsi “il giorno di due martiri sposi” (Aquila e Priscilla; 8 Luglio)

[5] La Signora Concetta riferisce che quando i suoi parenti emigrarono in America e gli si dovette mandare il corredo, si fece riferimento proprio alla minuta stilata dalle consuocere

[6] Si distingue tra “rigalu” e “dunu” il primo è un oggetto materiale, il secondo solitamente soldi.

[7] nieddu, gulera, bracciali, aricchini

[8] Dopo che era asciutta la lana si “cirnia” ossia si allargava e si districava ulteriormente.

[9] Di monetine incastrate sono ancora piene le stanze da letto.

[10] Negli ultimi decenni, fino alla sua prematura scomparsa avvenuta qualche anno fa, le serenate erano magistralmente condotte da Peppe Russo, famosissimo per le sue battute e il suo spirito con cui riusciva ad animare le feste.

[11]  Coloro che avevano compiuto la fuitina perché i genitori non erano d’accordo al loro matrimonio.

[12] Parliamo ovviamente di quelle confraternite  il cui statuto non prevedeva la cappa.

[13] L’uso di fiori sacri o benedetti era vastissimo: dal parto (i rosi i Sant’Anna) alla protezione familiare (u sciuriddu di vara)

[14]  Se si spegneva una candela dal lato dello sposo voleva dire che sarebbe morto prima e viceversa.

[15] Pasta con brodo e uova

[16]  “A contraddanza chiamata” ossia figurata era uno dei divertimenti maggiori dei pranzi nuziali. Le figure sono “chiamate” dal “mastru o capiten” che con nomignoli francesizzati esclama “ o contrè! Zighinì! Zighinà! Zighinì Zighinà! Mascule davanti e fimmini darrè! ballè! A passè! sciangè!  Circuler…li masculi di fora  li fimmini dentrè! Cacucciulè!” ecc…

[17] Tra il serio e il faceto è il racconto di una signora che fece il suo viaggio di nozze a San Mauro Castelverde

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