MORTE

l’ultimo passaggio che l’uomo compie, l’ultima fase liminare che attraversa è la morte. Sacra come la nascita, anche la morte è ricchissima di ritualità.
tuttavia il bisogno di spiegare morti non chiare spinge la gente a credere che ci sia un motivo nascosto, sotteso, come la fattura ad esempio.   

si dicia, ci vinni ad esempiu un bloccu ntestinali e un si capia ci ficiri a fattura, oppuri una ca ora dicimi murivi d’infarti diciani ci ficiri a fattura e murivi. A vittiri troppi bedda e dici… oppuri era zita c’un picciuotti a ddu picciuotti u vulia natra chistiana ci ficiri a fattura e murivi  

Se ad esempio aveva avuto un blocco intestinale e non si capiva si diceva che gli avevano fatto una fattura, oppure ora sappiamo che si muore d’infarto invece dicevano che gli avevano fatto una fattura ed era morto. L’hanno vista troppo bella e quindi… oppure era fidanzata con un ragazzo desiderato da un’altra allora si pensava che le avessero fatto la fattura ed era morta.  

La Signora B ricorda il caso di una vicina che si credeva affetta da fattura. La signora non riuscì più a muoversi né ad essere autosufficiente. La spiegazione fu che qualcuno, tramite bevande o cibo, le avesse lanciato una fattura.
Non riuscendo a capire come si lanciasse e in cosa esattamente consistesse la fattura ho chiesto ad altri informatori. Le risposte restano tutte vaghe e confuse. Secondo alcuni per lanciare una fattura era necessario possedere una ciocca di capelli della persona che doveva riceverla, secondo altri invece bastava un oggetto. Possedere  una fotografia dell’altro significava avere la certezza che la fattura avrebbe colpito l’interessato. Tutti sono  però concordi che solo alcune donne (maari) fossero capaci.
Dalla fattura non si guariva, almeno che la stessa persona che l’aveva lanciata non la ritirasse o qualcuno non riuscisse a romperla[1]  

Ad un ammalato di fattura, si teneva compagnia come ad un agonizzante. Anche perché spesso non si aveva la certezza di quale delle due situazioni si trattasse.  Durante un agonia si radunavano attorno al moribondo tutti i parenti e i vicini. Si attendeva tutti insieme pregando che l’anima fosse liberata  

“dicini i preghieri, e pua dicini i cosi di l’armuzzi u priatorii, o Signuri i libiralli..a Madonna,dicini u rusarii e i preghieri”  

“dicevano le preghiere, e poi le devozioni delle anime del purgatorio[2], al  Signore di liberarlo…alla Madonna, dicevano rosari e preghiere”  

la Signora B nel descrivere i riti accenna anche  la posta del“rusariu da bona morti”[3]
“ chissi si diciani si chiamava u parrini, preghieri si diciani, u parrini ci mittia a cruci e mani, chissi cosi tutti s’hanni fatti sempri…ma i superstizioni c’han stati puri.
R: chi santi si chiamavini
I: tutti i santi si putiani chiamari…San Ciuseppi, u Spiriti Santi su putissi pigghiari…a Gran Signura..- o gran Signura chi ci forra o di dintra o di fora- chissi cosi sempri s’ha ditti a Madonna s’ha chiamati sempri. U parrini vinia sempri pi l’estremunzioni, quanni capiani ci diciani ca vinni a fari na visita, un ciù dicia picchi vinni ma però l’estremunzioni sempri!”

 

   

  

“queste si dicevano, si chiamava il prete, si dicevano preghiere, il prete gli metteva la croce nelle mani, queste cose si sono sempre fatte….ma esistevano anche le superstizioni.  

R: che santi si invocavano?
I: si potevano chiamare tutti i Santi…san Giuseppe, lo Spirito Santo possa prenderselo… la Gran Signora – oh Gran Signora che sia in vita o in morte (dentro o fuori)-  queste cose si sono sempre dette, si è sempre invocata  la Madonna. Il prete veniva sempre per l’unzione degli infermi, se il moribondo era vigile gli si diceva che era venuto per una visita, non gli dicevano perché era venuto ma l’estremunzione si dava sempre!”
Capitava però che l’agonia si prolungasse molto e allora si cercavano rimedi efficaci per liberare l’anima come portare una candela “a Matruzza u priatorii”[4], quando la candela si consumava interamente l’agonizzante sarebbe stato liberato. Oppure si ricorreva a Sant’Espedito che è il Santo della Buona morte. [5]Le informatrici raccontano entrambe che se qualcuno in vita bruciava una mazza per il lino avrebbe avuto una lunghissima agonia almeno che

 

   

  

dici “un po’ moriri!” e si pigghiava u Crucifissi e si ci mittia sutta o vicini o liitti e pua sintii diri ca si ci mittia a mazza, quannu ad esempiu avia assai ch’era in agonia si pigghiava sta mazza e si ci mittiva no liitti  

dicevano “non può morire” e preso il Crocifisso si metteva sotto o vicino al letto. E poi ho sentito dire che si metteva la mazza, quando ad esempio era da molto tempo in agonia si prendeva la mazza e si metteva nel letto
 

 

   

  

chiddi ca un putiani miuriri, oggi sa, ca una va chiama u parrini e ci metti a Cruci e…forsi aspetta u parrini. Quannu un putiani muriri pigghiavini a mazza e c’ha mittiani sutta u cuscini. Chidda du lini apprima tutti mazziliavini u lini e aviani a mazza, na mazza di ligni, -cu l’avi na mazza? Cu l’avi na mazza?- c’ha mittiani sutta u cuscini e chiddi muria. Picchi avia di muriri forsi. Siddi un pigghiavini a mazza… pua una ci iava “ mischini siddi un pigghiammi a mazza neca murivi!”  

coloro che non potevano morire, oggi sai, ognuno va a chiamare il prete e gli mette la Croce e… forse aspetta il prete. Quando non potevano morire, prendevano una mazza e la mettevano sotto il cuscino. Quella del lino poiché prima tutti lavoravano il lino e avevano la mazza, una mazza di legno – chi ha una mazza? Chi ha una mazza?- la mettevano sotto il cuscino e quello moriva. Forse perché doveva morire. Se non prendevano la mazza…. Poi ognuno ci andava “ poveretto, se non abbiamo preso la mazza non è morto!”
 

 

   

  

 si poteva utilizzare una qualunque mazza da lino, tuttavia in moltissimi reclamavano la mazza che ha in mano la Madonna del soccorso custodita alla Matrice Vecchia. Difatti tale mazza si presenta estraibile e la gente sostiene sia benedetta. Nei casi in cui la mazza da lino casalinga non funzionasse si ricorreva proprio a quella della statua.
A trattenere un anima poteva anche essere qualcosa dimenticato nella stanza, come ad esempio un fuso con un filo di lana che pende o un telaio con un lavoro cominciato.  

Altro motivo per cui l’agonia poteva prolungarsi anche di settimane era il furto a qualche Santo. La gente più anziana ricorda come i due ladri che rubarono e rivendettero l’Urna Reliquiari di San Guglielmo spargendone le ossa ( 1940), furono poi scoperti all’ora della morte. Morirono a distanza di tempo ma entrambi con analoga agonia, che si concluse solo quando confessarono il furto. Stessa sorte toccò ad un sacerdote che aveva sperperato i fondi della chiesa di Sant’Anna.  

La convivente non era ammessa  all’agonia del compagno credendo che il suo peccato potesse aumentare le pene dell’amante.  Morte difficile toccava a chi aveve al capezzale un’amante segreta.  

si cercava di prevedere la morte in vari modi. Uno fra i tanti erano le orazioni a Santa Brigida. Altra pia pratica era aggiungere alla fine di ogni preghiera “ e scanzatimi ogni ura di qualunca sia sciaura , d’impruvvisa e subitania morti e rapitini li porti du santu Paradisu”.  

La morte era preannunciata da due fattori “u rantulu o raficu” e le visioni.  I due termini siciliani indicano il respiro affannoso e rumoroso del moribondo. Le visioni invece, sono un tema molto delicato su cui mai ci si sbilancia troppo e si racconta il minimo. Tuttavia molti dicono che i congiunti vedano altre “armuzze”(persone di famiglia morte ), o i Santi o la Madonna. Alcuni raccontano che il moribondo cominci a dialogare come se avesse davanti quel parente, altri dicono di visioni angeliche negli angoli della stanza. Il tema tuttavia non è molto gradito nelle conversazioni e si preferisce tacerlo completamente[6].  
Appena il moribondo spirava, le donne di casa iniziavano a gridare e lamentarsi energicamente, poi si procedeva a lavare il defunto e a vestirlo con gli abiti migliori. La bocca è serrata da una speciale fascia detta “lenza”, mentre i piedi vengono attaccati per stare uniti. Colui che attacca i piedi fra loro dovrà poi scioglierli prima di mettere il morto nella bara per non incorrere in pericoli dovuti all’atto.  I parenti “faciani u lutti” ossia si vestivano di nero, scioglievano i capelli e cominciavano i lamenti[7]. Così racconta la signora B:  

“chianciani a gridari…ora un chianci chiù nuddi…faciani cu lamiinti. Canta– maritu mia comi muristi -accussì a canzuna.a mugghieri , i figghi… Accussì cu lamiinti, quanti chiossai si lamintavini pi chiddi era chiossai duluri.(…) na vota ci fu una ca ci dissi – dati ca cantati accussì ora vi portu u violini ninininiinini! dati ca cantati accussì ora vi portu u violini! Chi è su cantari? Chi è su cantari? Chi è su chianciri accussì?-. (…) appena muriva u maritu cu era si sciuglivani i capiddi ed erini tutti a nazareni accussì…a lutti lesti lesti e si sciugliivini i capiddi”
“piangevano a gridare… ora non piange più nessuno…così a canzone canta–  marito mio come sei morto!- così a canzone. La moglie, i figli, così con il lamento, quanto più si lamentavano maggiore era il loro dolore (…) una volta una signora disse agli altri – dato che cantate così ora vi porto il violini ninininiini! Cos’è questo cantatare? Cos’è? Cosa vuol dire piangere cosi?- (…) appena moriva il marito o chiunque  era, si scioglievano i capelli ed erano come i nazareni[8]

 

   

  

La signora A ci propone un excursus molto interessante sia sull’esposizione dei defunti che sugli oggetti che li accompagnavano nella tomba. Il morto se adulto, veniva esposto su un letto. Anticamente si trattava del letto matrimoniale e il corpo era posizionato al centro, poi si passò al letto signolo e il morto era coperto da lenzuolo e copera (nonostante fosse vestito di tutto punto), seguì la fase in cui si esponeva sul letto senza essere coperto. Oggi, nella stragrande maggioranza dei casi si espone direttamente nella bara. Quando ancora i morti “si curcavanu” era uso preparare, durante la vita, il lenzuolo ricamato e “a cuperta da morti”, una coperta all’uncinetto o ricamata. Insieme al morto venivano seppelliti gli effetti personali come ad esempio la dentiera o il bastone (se zoppo) nella convinzione che nell’aldilà potevano essergli utili. Ma non solo, nella tasca della giacca (nel caso di un uomo) si poneva un fazzoletto e mille lire e spesso qualche santino. Sul cadavere non si mettevano oggetti preziosi o d’oro per evitare la profanazione.[9] Nella bara venivano poi messe lettere per altri defunti o carta bianca per scrivere una volta arrivato all’altro mondo.[10]  Nella bara di un adulto, sui piedi, doveva essere posizionato un bimbo nato morto o un aborto  come testimonia la signora A e ancor meglio la signora B  

“e pua ci n’era natruni muorti ca era masculi.(..) E dissi u dutturi- chissi senza ittalli picchi è na cosa sacro santa puri!- Picchi avia fattu cincu misi..era tuttu completi! – Ca pua dici c’è a Zà Ntonia chi parra puri…ia minni vai ngalera!- Nenti u iiri a denunziari e ci ivi u  nonni e ci dissi ca c’era chistu muorti i cincu misi. Allura avia murutu na ziana i ma mariti, no tabuti stessi dda dintra ciu misini ncapu i piidi di dda chistiana u casciuniiddi ch’era un casciuniiddi comi chiddi u sa di sapunetti. Si mittia non muorti ranni o… un muorti c’era su iuronu. Ma mariti dissi –talè talè mittiimili dda na za Marapeppa c’accussi si vuorrica ia un ni ietti figghi mia!-“  

“e poi ce n’era un altro morto che era maschio. E il dottore ci disse- questo non buttatelo perché è anch’esso sacrosanto!- perché aveva farro cinque mesi ed era tutto formato! E aggiunse – per di più se la Zà Ntonia parla mi arrestano!-  perciò lo andarono a rivelare. Ci andò il nonno e gli disse che c’era questo morto di cinque mesi. Siccome era morta una zia di mio marito, nella stessa cassa abbiamo messo lo scatolino sopra i piedi della signora. Era un piccolo scatolino come quelli delle saponette. Si metteva (il feto morto) con un morto o grande o… quel giorno c’era questo morto. Mio marito disse – guarda, mettiamolo là con la Zà Marapeppa così si tumula… io non ne butto miei figli!-“  

Qualora invece il defunto fosse stato un bimbo allora si disponeva sul tavolo, vestito di bianco e posto su una tovaglia bianca. Per questo motivo, di solito, non si mettono i bimbi piccoli sul tavolo. Spesso mettevano dei cuscini per tenerlo sollevato. Nel caso della morte di un bimbo anche la bara era bianca e i fiori che si portavano in corteo.  Ragazzini, ragazze e donne nubili erano messe sul letto ma gli arredi e la bara dovevano essere ugualmente bianchi. Il corteo di un ragazzino vedeva i compagnetti far da scorta alla bara  

Il defunto restava così esposto per almeno ventiquattro ore durante le quali aveva luogo una ininterrotta veglia funebre. La porta di casa restava aperta e tutti i conoscenti, “pi rispiitti” (per rispetto) ad uno o ad un altro dolente, si recavano “o visiti”.  Ognuno entrava in casa, salutava i congiunti del defunto con la stretta di mano “ darici a mani”, abbozzava un segno di croce davanti al letto  e siedeva per qualche tempo nella stanza in cui erano state predisposte molte sedie.
solitamente si allestivano due camere, in una stavano le donne con il defunto, nell’altra gli uomini.  Poteva anche succedere che i congiunti maschi più intimi prendessero posto nella stanza funebre dal lato opposto alle donne. I momenti di preghiera comune, la recita dei requiem aeterna (recamaterna) erano quindi interrotti costantemente dai pellegrinaggi della gente.
Era, ed è uso, raccontare della morte del congiunto a chi siede nella stanza, ricollegandola ad altri eventi  o altri dolori familiari. Chi invece arriva da fuori  racconta dell’amicizia, delle virù del morto, di quando da bambini giocavano ecc…marcando la drammaticità del momento con frasi come “ eh…siimi nenti” o “dun minuti all’autri…u viri?” “u vitti agghiiri…cu l’ava a diri….”.
L’esposizione del cadavere non va di solito oltre i due giorni, tuttavia nel caso in cui si aspettino parenti da fuori o la morte incorra durante feste particolari ( la Signora A porta l’esempio del Venerdì Santo) si può prolungare. Il defunto però è messo nella bara, chiuso, e spesso portato in chiesa “a luogu di depositu”, ossia in una cappelletta laterale o in un locale attigua alla chiesa dove non reca disturbo alle celebrazioni festive. Spesso, durante le solennità, le bare venivano portate nella chiesetta del cimitero e ivi si celebrava poi il funerale.
Ritornando alla casa, al visitu, i parenti più intimi o gli amici sono soliti portare pranzo, cena e colazione ai dolenti. Questa pratica è detta “fari u cuonsulu” e ha fine la sera del funerale con “l’urtimi cuonsulu”.  In realtà per giorni e giorni, la gente continuava e in parte continua a portare piccoli “cuonsuli” alla famiglia a lutto poiché essi non uscivano di casa almeno per otto giorni. Questo tipo di dono, è portato da tutti coloro che faranno visita anche nei giorni successivi al funerale e si concretizza in vassoi di taralle, pollo, carne, zucchero, caffè, pasta e ogni altro bene alimentare.  

Dopo un’apparente calma  ormai ricreata…  

I: i vuci accuminciavini quanni trasia u tabuti
R: comi quannu trasia?
I: prima ca un lu mittiani…no tabuti…u tabuti u purtavini tipu un’ura prima du funerali…e già cuminciavini i vuci…u mittiani no tabuti e continuavini i laminteli…i vuci…
R: e i vuci erani sempri chissi a cantilena?
I: no no a mugghieri normali, i pariinti chi gridavini
I: le urla iniziavano all’entrata della bara in casa
R: in che senso quando entrava?
I: quando ancora non si usava metterli direttamente nella bara, la bara la portavano all’incirca un’ora prima del funerale…e già iniziavano le grida
R: e le grida erano sempre a cantilena?
I: no no la moglie normalmente, i parenti gridavano.

 

   

  

La signora B aggiunge che  

“quannu su purtavini da casa arria i vuci forti…affacciavini no barcuni cu i vuci forti forti forti…ora silenzii  c’è, ma tanni i vuci si sintiani fina o campi santi”[11]
“quando lo portavano via da casa urlavano di nuovo…affacciavano al balcone gridando forte forte forte…ora c’è silenzio, ma allora le urla si sentivano perfino al cimitero”

 

   

  

Il corteo si snodava poi verso la chiesa e ivi aveva luogo la celebrazione. Fino agli anni ’50 era uso montare “u tumuletti”(Fig.3) un’apparato con piramidi di stoffa, candelabri e piante.[12]  

“duoppi da missa, quanni finisci a missa, passini tutti chiddi…i chistiani ca su na chiisi passini e dunini a mani”  

“ dopo la messa, quando finisce la messa, passano tutti coloro…le persone che sono in chiesa passano e danno la mano”  

I familiari aspettano al primo banco (a destra le donne, a sinistra gli uomini) e ricevono così le condoglianze per la seconda volta. In molti “pi doviri” vanno al funerale “ a darici a mani”[13].
Seguiva il corteo verso il cimitero in quet’ordine: davanti andavano i bambini di famiglia, parenti o amici con le ghirlande e i mazzi di fiori, seguivano le orfanelle del boccone del povero, l’accumpagnamiinti,  i sacerdoti, il feretro portato a spalla o a mano, le donne dolenti, gli uomini dolenti e tutti coloro che erano in chiesa.
le orfanelle di Sant’Antonio (du vuccuni du poviri)  

“viniani cu i monachi si mittiani vicini a bara e una pua ci dava l’offerta o cosi i manciari…”
“ venivano con le monache, si mettevano al lato della bara e poi in cambio gli si dava l’offerta o qualcosa da mangiare”  

garantivano inoltre preghiere in suffraggio del defunto.
l’accumpagnamiinti invece  era costituito da 8-12 confratelli (consorelle nel caso di una donna) della congregazione del defunto. Essi vestivano l’abito tradizionale della congregazione (o il vestito e l’abitino o la cappa) che veniva posto anche sul feretro e scortavano il confratello con le candele accese fino al cimitero.
A portare il feretro a spalla erano i parenti o gli amici del defunto, spesso in ordine di  vicinanza all’estinto.
Le campane che suonavano erano quelle appartenenti alle chiese da cui passava il funerale. Per un bambino, una signorina, un neonato, un sacerdote o una suora suonavano a gloria mentre per gli altri “a martuoriu”.  

“o cuozzu du Rusariu” aveva luogo la benedizione(oggi il percorso è mutato e la benedizione si dà al castello), e spesso in molti davano nuovamente la mano e andavano via. Il corteo proseguiva  per il cimitero e qui, sul luogo della sepolura si procedeva ad un’altra benedizione.  La sepoltura avveniva, nel caso di un confratello o un suo familiare (moglie, figlia nubile o figlio che non abbia compiuto i ventuno anni), nella “sipurtura da cuncurazioni”.[14]  

Durante il tragitto si evitava di posare la bara perché v’era la credenza che portasse sfortuna agli abitanti della casa davanti alla quale sostava.  

Dal cimitero si risaliva a piedi fino a tempi recentissimi (con l’avvento delle macchine, solo gli uomini salivano a piedi) e tornati a casa, tutti gli uomini si mettevano davanti la porta ricevendo per l’ennesima volta le condoglianze da tutti.  

Durante i tre giorni successivi al funerale si lascia il balcone o la finestra della stanza in cui è spirato il congiunto socchiusa (a vanidduzza) e si accende un lumino o una lucina. Si crede infatti che l’anima abbia bisogno di tre giorni per volar via.[15]
la  Signora A ci racconta cosa avveniva dopo otto giorni[16]  

all’uotti iorna …e si priparava pua dintra…l’uotti iorna sarebbe u primi sabati…di quanni muria u chistiani e pua dintra si facia attruvari u tè u cafè i biscotti a cu vinia a missa picchi vinia arria dintra e pua si ci facia diri o misi e si ci facia attruvari arria… all’uotti iorna c’era u visiti arria… si tinia arria a porta aperta e ci iavini arria tutti dintri…
dopo otto giorni…si preparava poi a casa… gli otto giorni sarebbe il primo sabato….da quando moriva la persona e poi a casa si faceva trovare il thè, il caffè, i biscotti a chi veniva a messa, perché veniva nuovamente a casa e poi al mese si faceva celebrare la messa e a casa si facevano ritrovare le stesse cose…per gli otto giorni c’era u visitu…si teneva la porta aperta e salivano di nuovo tutti a casa

 

   

  

I segni del lutto erano molti ed evidenti. Sulla porta di casa o dell’attività commerciale veniva appeso un fiocco nero con due nastri e al centro “a scrizioni” con la motivazione, per esempio –PER IL MIO CARO SPOSO, che poteva essere tolto solo nel caso in cui si ridipingeva il portone o il vento lo portava via.  Si mettevano strisce nere sulle tende da sole, sugli specchi (quando non si coprivano),non si afacciava per lungo tempo al balcone[17] e non si stendeva il bucato all’esterno.  

I familiari indossavano l’abito del lutto che consisteva per le donne nel nero integrale (perfino le calze pesanti nere in estate) e “u scialli” in testa, piccola (scialletta) per i parenti più lontani e grande per i più vicini.  Addirittura anche le bambine avevano, fino agli anni ’40 l’obbligo della scialletta. Poi il costume cambiò e presero a vestirle solo di nero. Sul grembiulino della scuola era messa la fascia nera e se avevano i capelli lunghi venivano attaccati “ca scocca nivira”. Ai neonati si sostituivano i nastrini colorati dei polsi con quelli neri.
Gli uomini indossavano la coppola e la cravatta nera , oltre che un fascai sul braccio di identico colore. In tempi più recenti la fascia fu sostituita dal bottone applicabile. I bambini portavano solitamente la fascia nera al braccio se non erano integralmente vestiti di nero. Se per caso facevano la comunione negli anni del lutto non indossavano l’abito bianco ma un vestitino normale con i pantaloncini corti.  

Un matrimonio che cadeva negli anni del lutto veniva celebrato di sera o al mattino presto. Un battesimo senza pranzo. Se passava la processione non si aprivano i balconi e si teneva spenta ogni luce.  

Il numero di anni di lutto era stabilito con esattezza. Anticamente era di sette anni per i genitori, 5 per i suoceri e un anno per gli zii, per i figli anche tutta la vita. Poi si attenuò (già ai tempi della Signora B) con 3 anni per i genitori, sei mesi per gli zii.
interessante la testimonianza della Signora B:  

“vasinnò sparravini…na vota ia a ma mà c’ha purtai du anni e ci fu uni ca mi dissi – i vivi fanni a festa e i muorti su testa cu testa-, un ciù putia purtari nautru annu a to ma?-“  

“ se no sparlavano…una volta io a mia madre lo portai due anni…e un signore mi disse – i vivi fanno festa e i morti sono testa con testa non potevi portarglielo un altro anno a tua madre?-“
 

 

   

  

Si credeva inoltre che la morte si “putissi nfilari” ossia colpire un nucleo familiare o una stessa strada più volte.
Qualora moriva un prete si diceva che “sinni purtava natri deci” ossia che sarebbero morte altre dieci persone in breve tempo.  


[1] Maria matri e gnura amu a livari chista fattura, Sali agghiu e ogghiu nesci fattura ca fora ti vogghiu. San Giuvanni e Santu Vitu ia tri voti vi lu dicu, capiddi ncinnirirati u mali scafazzati (ncinniriti u mali distruggiti), spizzatu sia u ncantu nnomi du Patri du Figghiu e du Spiritu Santu. A fattura cari nto mari e si squagghia comi u sali.  

[2] “Armuzzi santi armuzzi biati\Na stu munnu aviti stati\ N’priatoriu vi truvati\ Arrifriscati l’armuzza…\Priati pi nuatri ca vuatri \Vuatri ca siti no munnu di drà\Priati pi nuatri ca siimu cà”  

[3] “ u misteru” era “libiratilu Maria e sia gloria  a Dia”  

[4] Madonna del Lume, il cui quadro si venera alla Matrice Nuova. Durante tutto il mese di Novembre si è soliti portare lumi davanti questa effige.  

[5] Informazione raccolta dalla Signora Giuseppa Mancuso nel 2003; Santu Spirìtu cu a cruci e mani l’armi libirati di cristiani, l’ura unnicisima è sunata faciti ca st’arma sia libirata.   

[6] Si racconta il caso eclatante di un uomo che dopo essere spirato riaprì gli occhi dicendo “san Piitri mi dissi ca piccamora un m’attocca, cu natri du uri hai a turnari” e sia poi spirato alle due ore esatte.  

[7] Famosa è rimasto il pianto delle mogli oggi usato nelle parodie “ comi mi lassasti comi mi lassasti! Portimi cu tia! Vinimi a pigghiami!”  

[8] I capelli, quasi mai sciolti per lunghissimo tempo, si presentavano piegati come quelli di Gesù Nazareno; il termine indica inoltre l’uso di mettere i capelli scomposti davanti al viso, come facevano “i nazareni” ossia i figuranti della processione del Venerdì Santo.  

[9] Altri sostengono invece che l’oro “ncanta” i morti ossia li distrae. L’anima rischia per cupidigia di non staccarsi dal corpo.  

[10] Curiosa la storia di una sposa che si disperò di essersi scordata la penna. Si credeva tuttavia che la “risposta” non arrivasse mai scritta ma in sogno. Tuttavia solo il defunto che aveva la carta avrebbe potuto esprimersi liberamente.  

[11] Il cimitero è molto lontano dal paese, l’espressiona tende ad enfatizzare il”forte” precedente.  

[12] Tumuletti o catafarcu è chiamato anche quello allestito pa “Madunnuzza morta” il giorno dell’Assunta (15 Agosto) e rispecchia esattamente lo schema dell’altro.  

[13] L’inizio del rito era, e in alcuni casi ancora è, segnato da un colpo di campana.  

[14] Costruita con fondi comuni, ricavati dalla tassazione dei confratelli.  

[15] La mancata apertura della finestra  

[16] La signora Grazia Alessi e la Signora Rosaria mi riferiscono che tale pratica aveva luogo anche ai 15 giorni dalla morte.  

[17] Si racconta di una famiglia che a seguito della perdita di un figlio non aprì per così tanto tempo il balcone che vi crebbe l’erba.  

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