La Nascita

La nascita era tra i momenti più delicati della vita di un individuo. La donna rischiava la vita e anche il bambino era in pericolo. Nulla poteva essere lasciato al caso. Si partoriva in casa, di solito nella stanza da letto, si provvedeva ad eliminare alcuni oggetti reputati pericolosi come ad esempio il fuso, specialmente se con la lana ‘mpinta (ancora attaccata) “fusu malu fusu fa fausu” “ il fuso e il brutto fuso fanno cose false”, chi aveva il vomere sotto il letto provvedeva a rimuoverlo perché il bambino non venisse con le gambe striscianti sulla terra e si eliminavano anche eventuali vasi con il collo stretto e la pancia larga che sembravano rappresentare una non riuscita del parto. (dati raccolti in un’inchiesta sulle pratiche superstiziose nel 2003; purtroppo senza registrazione orale).

Le mie due informatrici hanno entrambe descritto il quadro della nascita partendo dalle prime doglie della donna, e prendendo spunto da loro, comincio a trattare il tema anche io da lì.
le prime doglie erano contrassegnate da una certa confusione. Si provvedeva a mandar via i bambini

“i carusi nenti, fora i parienti si pigghiavini”

“ i bambini non dovevano capire nulla, fuori di casa. Se li portavano i parenti”

e a chiamare tutti i parenti che accorrevano in gran numero. Ovviamente erano accette solo le donne. così lo racconta la signora A,

“allura, mentri già si sintia mali a partorienti… tutti i parienti eranu ddra…i ziani, i soggiri i cugnati e stavanu tutti na stanza…

aspittavanu!ca certi voti quannu i chistiani..a chistiana ci durava uottu iorna,setti iorna, cincu iorna i dogli si stavanu tutti dda e si coccaduna unn’era nvitata, un ci l’avianu dittu era un offesa! S’affinnia! Si purtavanu u travagghiu e tu magini? Chidda ca avia i dogghi e chiddi ca travagghiavanu e parravan(u)…o priu!”

“allora mentre già cominciava a sentirsi male la partoriente, vi si recavano tutti i parenti, zii, suocere, cognate e stavano tutte nella stanza.

 aspettavano! Che certe volte quando alle persone…alla signora le doglie duravano otto, sette, cinque giorni stavano tutti là. E se qualcuna non era stata invitata, non glielo avevano detto, era un’offesa. Si offendeva. (le altre) si portavano il lavoro (ricamo o uncinetto) e te lo immagini? Quella aveva le doglie e gli altri che lavoravano e parlavano…che gioia!”

Simile scena è illustrata  dalla Signora B, memore di cinque parti avvenuti con queste consuetudini.

Quanni ia avia i primi dogli, ca n’appi cincu voti, ma mà iava na na cugnata e ci dicia virica c’è B ch’è unn’è bona..dillu a chidda dillu a chidda. Tutti i cugnati viniani cu travagghi e mani. E si chidda un ciù dicia a una…chidda un vinia chiù mancu a vidiri u picciriddi.Chiamavini a tutti i parienti! E ia cu ddi dogli un li putia suppurtari a chiddi ch’erini cu travagghi. Ognuni dicia a sua, ognuni chiddi dicia succidivi chisti…no mentri ia avia u ma travagghi ca stava faciinni

 

Quando io avevo le prime doglie, ne ho avute cinque volte, mia mamma andava dalla cognata e le diceva “c’è B che non sta bene….dillo a quell’altra e a quell’altra. Tutte le cognate venivano con il ricamo in mano. E se quella non glielo diceva ad una, quella non veniva più manco a vedere il bimbo. Chiamava a tutti i parenti!e io con quelle doglie non li potevo sopportaee a quelle che ricamavano ognuno diceva la sua, ognuno quella diceva è successo questo… nel frattemo io avevo il mio lavoro in corso!

L’informazione che la donna stava partorendo volava veloce di casa in casa ed ognuna portava con sé il lavoro (ricamo) che aveva per le mani in quei giorni. Si sapeva infatti che le doglie potevano durare a lungo, anche più di un giorno come racconta la Signora B, uno dei suoi parti durò ben otto giorni, e durante tutto questo tempo le donne rimasero a casa sua. L’invito al parto era una sorta di dovere nei confronti dei parenti, simile a quello al matrimonio. Era “doviri” avvisarle, un dovere talmente grande che il mancato avviso corrispondeva ad una grande offesa, spesso motivo di lite e di ripicche (un vinia chiù mancu a vidiri u picciriddi). Entrambe mettono in rilievo il fastidio che avvertiva la donna gravida per la presenza di gente che parlottava o lavorava. Solo in un secondo momento dell’intervista mettono l’accento sul bisogno d’aiuto. La Signora B racconta che alcune delle donne presenti cercavano di stimolare il parto facendo scivolare la mano sui fianchi. Altra figura importante nella scena del parto era di certo la levatrice. Una donna esperta nel far partorire, che veniva chiamata di casa in casa. La levatrice “quanti viaggi facia!” era chiamata spesso per controllare lo stato delle doglie ed era lei a decretare quando il parto era ormai prossimo. “unniè ura ancora, unn aura”  “non è ancora ora, non è ora” ripete la Signora B.

Così invece pone la scena la Signora A, mettendo in rilievo come la levatrice potesse avere più di un caso per volta:

 a livatrici certi voti no stissi tiimpi n’avia dui tri chi stavanu partorinnuallura iava ni una e ci dicia “pua tu cu natri tanticchia accatti! Aspetta ca vai a nautra banna!”
Io:ah quindi o stissi minuti putia essiri livatrici di du banni?
A: se se..a nuatri..ia i canusci a a Mimmi e a Rita! Niscia na mamma di Rita ca… e iava na mamma di Mimmi e ncontemporanea pua nasciiri tutti dui

 la levatrice certe volte, aveva due o tre partorienti allo stesso tempo. Allora andava da una e le diceva “  poi tu con un altro pochino di tempo partorisci! Aspetta che vado da un’altra parte!”
Io: a quindi poteva essere operativa in due posti allo stesso tempo?
A:si si… a noi… io li conosco a Mimmo e a Rita! Usciva dalla mamma di Rita che…e andava dalla mamma di Mimmo e simultaneamente poi sono nati tutti e due.

 

È inutile dire che la levatrice non era vincolata da alcun segreto professionale e spesso si faceva sfuggire delle indiscrezioni sulle altre donne gravide come vedremo a breve.
 particolare rilevante nel racconto della Signora A è l’uso di disporre la biancheria del bambino in un cesto “u cannistru”, che doveva essere pronto quando la donna entrava ai sette mesi “setti misi panni tisi!”. Nel cesto , foderato in stoffa, merletto o pizzo sangallo, erano messi i cammiseddi, i scarpuzzi, i fasci…i fasciteddi, u cappellini, i cuffietti e tutti chiddi ca una pri(parava)…i linzuleddi. Il cesto e il suo contenuto erano mostrati con gioia a tutti i parenti fino al momento del parto. Un po’ come il corredo nuziale nei giorni prima del matrimonio. Non a caso è detto corredini du picciriddi, a segnare l’importanza che la nascita riveste…al pari del matrimonio. Il corredino di un bimbo non era mai cominciato in giorno di Venerdi e neanche di Lunedì.
mentre le doglie andavano avanti, le donne pregavano “a Matri u sgargiu” e da una informatrice ho raccolto la preghiera “du sgargiu” solitamente patrimonio delle levatrici o delle maàre:
“ Santa Matri di Gesù, sta gnacina unni po’ chiù, du sgargiu  bonu Matri vui siti ognura faciti ca nasci sta criatura, da catina siti rigina faciti c’arrifrisca sta mischina” (santa Madre di Gesù, questa partoriente è allo stremo delle forze, siete Madre del buon parto ogni ora fate che nasce questa creatura, della catena siete regina date liberazione a questa poverina). V’erano anche altre invocazioni e preghiere (avummaria, sarvi rigina, ava ava ca u Signuruzzu t’aiuta), la partoriente ad esempio, chiamava “matri Sant’Anna e Matri a catina..matri sant’Anna!” come riproduce la signora B. Da altri ho saputo di particolare attenzione al nome di San Leonardo perché, avendo le catene in mano, è in grado di “scatenare” la madre dal bambino.
la Signora A,  accanto a Sant’Anna e alla Madonna della Catena, inserisce Santa Rita rilevando il dato che molte mamme fanno voto alla Santa poiché è la Santa dei casi impossibili.

Gli uomini, non ammessi nella stanza, potevano o andare a lavorare, o stare in altre stanze o ancora andare in altre case. La Signora B ricorda che il suocero andava a chiedere informazioni restando fuori dal portone, mentre il marito era rannicchiato dietro il balcone di un’altra stanza.
quando finalmente giungeva il momento del parto, le donne che erano presenti, diventavano improvvisamente utili e attive. Qual’ora fosse inverno si accendevano i bracieri (a brascera), si copriva con “u chicchiu” e qui si riscaldavano i vestitini del bambino, qualcun altro pensava invece all’acqua calda  che serviva per lavare il bimbo (in una vasca di zinco prima e poi di plastica) e c’era poi chi pensava al brodo.
facciamo un passo indietro. Prima che nascesse il bimbo si comprava una pentola nuova e si allevava appositamente una gallina. Al momento del parto….

“comi nascia dda picciridda ia dicia nenti hai chiù…taliava a tutti e vidia a ma mà ca iaddina e mani ca ci tirava o cuoddi…propria cu sta mossa accussì zang riproduce la mossa – a stai iinni a cociri- e mi scinnia na bedda tazza di brudi”

“ dopo che era nata la bimba io dicevo non ho più nulla…guardavo a tutti e vedevo mia madre con la gallina in mano e le tirava il collo proprio con questa mossa così zang riproduce la mossa –la sto andando a cucinare- e mi scendeva una tazza di brodo grande”

 Credo che nessuna descrizione del momento potesse essere più esauriente che quella della Signora B.

Capitava che il bambino fosse avvolto da una membrana particolarmente spessa detta fazzuoli.

Se ciò accadeva la levatrice prendeva la membrana e la consegnava alla madre, la quale la doveva essiccare e porre in un sacchetto di stoffa preferibilmente rosso. Questo sacchettino veniva poi messo addosso al bimbo che lo continua a portare nel portafoglio o nella tasca da grande. Tutti i bambini nati “con la camicia” erano considerati molto fortunati
La Signora A ricorda anche che i vicini, saputo del parto, portavano alla puerpera una particolare pastina detta schiuma, fatta con uova e farina.
A parto avvenuto, dopo il segno di croce, si “cunzava” (sistemava) il letto con le lenzuola più belle e vi si metteva la madre con il figlio in attesa delle visite.
a questo punto erano ammessi gli uomini, primo fra tutti il padre.
tuttavia se il parto doveva avere complicazioni si ricorreva ad altri espedienti. Si chiamava il dottore che aveva “ i fiirri” (forcipe) e si tentava così di salvare madre e figlio. Ma molto più importante era mandare qualcuno alla chiesa della catena a suonare la campana. Sebbene la Signora A mi dica che vi si mandava qualcuno di casa, altre donne riferiscono che doveva essere o il padre del bimbo o il padre della donna. Questo rito era detto a Vummaria di razii (ave Maria delle grazie) poiché tutte le donne  che sentivano la  campanella suonare recitavano una Ave Maria per la portoriente.
La signora B descrive il suo parto nei dettagli offrendoci l’esempio di un parto non andato a buon fine. Racconta infatti che la sua quarta gravidanza era gemellare, una volta nata la prima bimba, continuò ad avere le doglie e fu chiamato il dottore. Un feto, morto a cinque mesi, venne estratto con il forcipe ed altri strumenti del medico. Tuttavia l’emorragia non si arrestò e il giorno dopo fu richiamato il medico per “a rascatura”, una pratica di pulizia interna. La stessa signora ci comunica “ ca c’ava arristato un pizzuddu di pricenta” (le era rimasto un pezzetto di placenta). Al di là del vivido racconto della donna, ho avuto occasione di approfondire altri aspetti legati  al parto e alla morte. Molto interessante il trattamento del “nato morto”

“e pua ci n’era natruni muorti ca era masculi.(..) E dissi u dutturi- chissi senza ittalli picchi è na cosa sacro santa puri!- Picchi avia fattu cincu misi..era tuttu completi! – Ca pua dici c’è a Zà Ntonia chi parra puri…ia minni vai ngalera!- Nenti u iiri a denunziari e ci ivi u  nonni e ci dissi ca c’era chistu muorti i cincu misi. Allura avia murutu na ziana i ma mariti, no tabuti stessi dda dintra ciu misini ncapu i piidi di dda chistiana u casciuniiddi ch’era un casciuniiddi comi chiddi u sa di sapunetti. Si mittia non muorti ranni o… un muorti c’era su iuronu. Ma mariti dissi –talè talè mittiimili dda na za Marapeppa c’accussi si vuorrica ia un ni ietti figghi mia!-“

 

“e poi ce n’era un altro morto che era maschio. E il dottore ci disse- questo non buttatelo perché è anch’esso sacrosanto!- perché aveva farro cinque mesi ed era tutto formato! E aggiunse – per di più se la Zà Ntonia parla mi arrestano!-  perciò lo andarono a rivelare. Ci andò il nonno e gli disse che c’era questo morto di cinque mesi. Siccome era morta una zia di mio marito, nella stessa cassa abbiamo messo lo scatolino sopra i piedi della signora. Era un piccolo scatolino come quelli delle saponette. Si metteva (il feto morto) con un morto o grande o… quel giorno c’era questo morto. Mio marito disse – guarda, mettiamolo là con la Zà Marapeppa così si tumula… io non ne butto miei figli!-“

 

Era come se il bambino dovesse essere accompagnato da qualcuno all’altro mondo. Informandomi meglio ho ricavato che doveva essere un battezzato, di famiglia e possibilmente di sana condotta cristiana cosi da essere sicuri che arrivasse in Paradiso.
ho sentito raccontare di una coppia che tenne l’aborto sotto alcool finchè non morì qualcuno di integra condotta.

ritornando alla levatrice, era sempre retribuita in qualche modo. O con dei soldi (la signora B ricorda fino a dieci mila lire), con qualcosa di ricamato o con degli alimenti. Alcune levatrici lo facevano per mestiere e spesso si approfittavano del loro sapere. La signora C. mi racconta come, la levatrice, chiese spudoratamente di aver regalato alcune cose ricamate che aveva visto in casa della partoriente. Il senso di obbligo che legava le madri alla levatrici era molto forte, soprattutto perché esse continuavano a prendersi cura di madre e bambino per almeno otto giorni. La levatrice era guardata con rispetto e tuttora, le ultime in vita, sono circondate da quell’aurea di rispetto e mistero. Spesso queste persone conoscevano anche la magia, sapevano scacciare malattie e avevano rimedi contro bruciature e altri mali comuni.  Alla levatrice toccava il compito, spesso considerato magico, di “tagghiari u velu[1]” al bimbo per “scioglicci a lingua”, questa pratica doveva essere compiuta con la massima cura, se ciò non avveniva il bambino poteva restare muto o ancora balbuziente (checcu o bummariusu).

Molto attesa era la nascita di un maschietto. In caso contrario alcuni “sbattiani i porti” (sbattevano le porte) per il disappunto. Le stesse levatrici raccontavano poi in giro cosa accadeva nelle case da loro visitate. Le donne, spiega la signora A erano meno accette perché bisognava pensare a sposarle[2], gli uomini invece erano braccia in più e soprattutto erano possibili eredi.
La signora B concorda sul fatto che i papà erano più contenti per un maschietto. Tuttavia si sperava sempre che, anche se donna, fosse sano credendo le malformazioni o colpe della madre durante la gestazione o punizioni divine.[3]
ancora prima che il bambino nascesse comunque, si sapeva già che nome avrebbe portato. Si sceglieva infatti un nome  di un parente del padre (il primo il padre o la madre, il secondo uno zio ecc.). le due informatrici divergono sulla questione della scelta del nome. La Signora A, testimone di costumi più vicini, ci dice che

i nomi si sciglianu chiddi di nonni oppuri s’ava murutu occhi ziani giovani occhi frati giovani allura…o secunnu figghi  però si ci mittiva u nomi du muorti.

 du nonni…du patri da.. du papà du picciriddu…e pua da ma… si vinia fimminedda a secunna da soggira da latata du masculu puru! Siddi pua n’avia natri ad esempiu eie.. da latata da fimmina…ma i primi masculi e fimmini eranu da latata du masculu… (…) prima si ci ni mittiani macari dui tri assecunnu puri certi voti si ci mittia chiddi du nonnu  o da nonna e chiddu du Santu ch’uni si vutava…ad esimpi Sant’Antoniu San Giuseppi ci ni mittianu dui tri
Certi voti siddi nascia ad esempiu u iournu i San Giuseppi  si ci mittia Giuseppi
 Prima sempri chiddu du nonni!e pua chiddu du Santi

 

i nomi si sceglievano quelli del  nonno oppure se era morto qualche zio giovane, qualche fratello giovane allora… al second ogenito gli si dava il nome del defunto.

Del nonno paterno del bimbo e poi della madre….se nasceva femmina la seconda della suocera.

Dda parte del padre pure! Se poi ne aveva un altro ad esempio… si prendevano i nomi dal lato della madre…ma i primi maschi e femmine erano dal lato dell’uomo. Prima si mettevano anche due o tre nomi oppure certe  volte gli si metteva il nome del nonno o della nonna e quello del Santo a cui ci si votava…per esempio Sant’Antonio, San Giuseppe, gliene mettevano due o tre.
certe volte se nasceva ad esempio il giorno di San Giuseppe gli si metteva Giuseppe…ma prima sempre quello del nonno e poi quello del santo.

la signora B invece descrive una pratica leggermente diversa.

“u nomi si sciglia du patri, u patri d’iddi, quanni pua su tri e quattri u patri d’iddi un c’è., pigghiani un frati ranni sempri du masculi. Quanni chiddi un c’è chiù e ni veni n’autri si pigghia chiddi di natri frati sempri da latata du masculi. Si nasci na fimminedda da latata du masculi ma a soggira (…) siccomi ma suori Puppina vinni ch’era san Giuseppi un ci pottiri mettiri Vicenza.

 

“ il nome era scelto quello del padre, il padre del marito, quando poi il figli erano più di uno (tre o quattro) e il nome del padre di lui è stato già assegnato, si dava il nome di un fratello grande del marito., se poi arriva un altro bimbo si mette quello di un altro fratello sempre dal lato paterno. Qualora nascesse femminuccia il nome sarà sempre dal lato paterno ma della suocera. (…)essendo mia sorella Peppina nata il giorno di San Giuseppe non poterono metterle Vincenza.”

 

 Innanzitutto non si mettevano mai i nomi di discendenza materna tranne in rari casi, quando cioè si erano completamente esauriti quelli paterni.

 Addirittura la signora fa l’esempio della quinta figlia che porta il nome della nonna del marito prima di quello di suo padre. Inoltre la promessa di nome fatta al Santo o comunque una nascita nel giorno della festa,  prevaleva sul nome del nonno, specialmente se il Santo in questione era San Vincenzo Ferreri. Come dice la stessa informatrice “si scantavini” (avevano paura) di questo Santo e per nulla al mondo avrebbero tolto il suo nome al figlio. La paura ha una duplice motivazione: sia perla postura minacciosa del Santo che tiene il braccio per aria con un dito alzato, sia perché v’era la credenza che Egli regolasse “i cosi i San Viciinzi” (attacchi epilettici) particolarmente temute.[4]

Dopo aver trattato la questione del nome, passiamo ad analizzare altre questioni strettamente legate al bambino. Entrambe le informatrici ci dicono che i bambini venivano messi in fasce molto strette per la notte “pi falli stari tisi”. Le fasce erano strisce di stoffa tessuta di vario genere, potevano avere disegni o essere semplici, potevano essere a costine o avere parti in vello d’agnello (per prevenire piaghette). Solitamente le parti terminali erano riccamente decorate con merletti, pizzi o magrimè (macramè). La Signora B ricorda perfettamente quando i suoi figli, alla sera, ormai abituati, si predisponevano ad essere fasciati. I maschi si fasciavano fino ad 11 mesi circa.
altro indumento utile è descritto dalla Signora A: la cuffietta. Questa cuffia, stretta alla testa, era considerata necessaria perché la testa venisse perfettamente tonda e si chiudesse la fontanella. Veniva lasciata al bambino per molti mesi. A mò di pannolini erano usati pezzi di stoffa quadrata detti appunto “quatrata”[5].

Una volta che il bambino era vestito e a gnacina (puerpera) ricomposta sul letto, si aprivano le porte per le visite dei parenti più lontani, di amici e conoscenti. La pratica di “iri a vidiri u picciriddi” (andare a vedere il bimbo) era anche detta “fari a bonura” (fare gli auguri)[6]. In questa occasione si era soliti portare dei doni. La signora B ci dice che anticamente il regalo poteva concretizzarsi anche soltanto in un po’ di taralle (dolci) o al massimo una giacchettina. Aggiunge che allora non si usavano molto i regali, e che la solita visita era reputata tale. La Signora A concorda sulla semplicità dei doni. Non si regalavano cose d’oro ma piuttosto qualcosa per sfamare la mamma nel caso di indigenza della famiglia.  Solo al compare di battesimo toccava un regalo di maggiore entità che però poteva anche non essere la collana.

La puerpera doveva restare a letto almeno otto giorni, qualora poteva permetterselo,  tuttavia restava “in pericolo” fino ai quaranta. In questo tempo la donna era chiamata gnacina e non poteva neanche uscire per strada. L’isolamento era rotto, quasi come in un rito di reinserimento nella società con il pellegrinaggio di ringraziamento alla Madonna della Catena, effettuato sta volta con il neonato in braccio. Le due  signore riferiscono tempi diversi per lo stesso rito. La Signora B precisa che si compieva come prima uscita del neonato e dunque prima del battesimo. La Signora A invece sostiene fosse la seconda uscita del neonato dopo il battesimo. A prescindere dalle modalità entrambe riconoscono la necessità di compiere questo pellegrinaggio. Uno storico locale, Antonio Mogavero Fina, nella prefazione ad un libretto di preghiere sostiene che il ripresentare il bambino alla Madonna dopo quaranta giorni fosse una riproduzione del modello biblico della presentazione di Gesù al tempio. Questa ipotesi apre le porte alla possibilità che il rito fosse visto anche come una purificazione per la gnacina visto che la festa liturgica del 2 febbraio era anticamente detta Purificazione di Maria Vergine.


[1] Durante questa operazione era spesso invocato San Paolo, reputato il Santo del ben parlare o Sant’Antonio da Padova per  identica ragione.

[2] La dote della donna doveva essere molto più ricca di quella di un uomo. L’uomo infatti costituiva in sé  già un qualcosa di molo più prezioso di qualunque bene materiale.

[3] Per le colpe della madre consultare la sezione gravidanza dove si  parla di voglie e meraviglia; per le punizioni divine va sottolineato che potevano provenire sia da Dio e dai Santi che da entità come fate e spiriti di cui si tratterà nella sezione dedicata all’infanzia.

[4] Temute molto più “di cosi i Santu Vitu”, ossia una sorta di pazzia  causata o dal morso dei cani o da forti spaventi dovuti a questi animali. Poteva essere affetto dallo stesso male chi vedeva per primo un “sugliu” animale che si credeva vivere sotto terra, con il corpo da serpente e la faccia molto simile ad un uomo. È tuttavia una malattia diversa du scantu o dai vermi.

[5]  Quatrata sono anche quelli che usano gli adulti per gli ospedali, quelli usati  nelle malattie e soprattutto quelli  che si portano in viaggio nel caso in cui il bimbo vomiti. I quatrata sono solitamente profumati con la lavanda.

[6] Quest’ultimo modo di dire, caduto quasi in disuso, è ancora presente in testi e racconti sacri come la novena di Natale (ia vi fazzu la bonura mia ducissima signura) o ancora in una preghiera tradizionale a Sant’Anna per l’8 settembre (natività di Maria) detta proprio à Bonura a Matri Sant’Anna.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: