INFANZIA

Il battesimo era il momento ufficiale con cui il bimbo era introdotto nella società, da allora in poi ne avrebbe fatto parte seppure in maniera marginale.  Dal battesimo al fidanzamento sembra quasi che vi sia un solo, unico grande periodo della vita. Tutte le intervistate non suddividono ulteriormente questo periodo. Partirò col trattare il periodo prossimo al battesimo per poi procedere lentamente verso la maturità dell’individuo.
la signora A ricorda l’uso di alcune famiglie di portare il neobattezzato al Santuario di Gibilmanna per metterlo sotto la protezione della Madonna[1], pellegrinaggi simili si compivano verso santuari campestri o montani dislocati nelle madonie.

Le uscite dei bambini piccoli non erano mai eccessivamente lunghe e neanche troppe. Si preferiva infatti non esporre i bambini allo sguardo altrui. V’era infatti la credenza che si potesse esporre alla malizia della gente e subire l’ucchiatura. contro quest’ultima si poneva sotto al bambino o al collo un cornetto rosso o un fiocchetto. La Signora B racconta di come una sua cognata non volesse portare il bambino dal medico proprio perché aveva smarrito “u curniciddi”. L’occhiatura era reputata molto pericolosa, poteva influire sul comportamento del bimbo, sulla sua crescita e addirittura sulla madre. Si credeva infatti che potesse sparirle il latte come segno gestaltico dell’occhiatura.
ovviamente v’erano anche rimedi contro questo male che tratteremo nella specifica sezione.
per preservare il bambino da tutti i mali non mancavano le immagini sacre che prendevano posto nelle cullette. Spesso venivano messe anche sotto i lenzuolini.[2]
Ma il bambino era minacciato anche tra le comode mura domestiche, principalmente dalla scomparsa del latte della madre. in questi casi si ricorreva a diversi stratagemmi ben esposti dalla Signora A

allura certi voti si c’era c’occhuna vicinedda chi l’avia…vasinnò cuminciavanu cu viscuttieddi. U viscuttieddi ci facianu dintra…
eh…si latti unn’avia so mà….accussì nanticchia chiddu c’iu diluivinu cu l’acqua chiddu da cosa… da vacca o da crapuzza e pua ci cuminciavanu subitu u viscuttieddu cu l’uogghi ca ci viniva… i svizzavanu presti no com’ora.

allora certe volte se c’era una vicina che ne aveva abbondante… oppure cominciavano con il biscottino. Gli facevano il biscottino dentro.
…se latte sua mamma non ne aveva…. Cosi un po’ di quello di mucca o di capra glielo diluivano con l’acqua e poi cominciavano subito il biscottino con l’olio che gli veniva…li svezzavano presto non come ora.

La mamma che non aveva latte pregava insistentemente la Madonna e si sottoponeva ad una cura a base di brodo e altre sostanze liquide per fare “scinniri u latti” Latte che poteva essere anche inquinato da sostanze ingerite dalla madre quali il broccolo e le verdure amare, l’aglio e la cipolla che potevano causare dolori di stomaco al bambino.
la madre doveva inoltre stare attenta a non toccare l’acqua prima di allattare perché il latte le si ghiacciava.
succedeva allora che

nfatti certi voti puri ca una di dui lavava facia a liscia latra allattava a tutti dui e pua dicianu ch’erini frati i latti

 Infatti accadeva pure che una delle due faceva il bucato e l’altra allattava ai due bimbi e poi dicevano che erano fratelli di latte.

tra i fratelli di latte si stabiliva un legame molto forte che portava al rispetto e riconoscimento reciproco per molto tempo. Sebbene la Signora A non ricordi se vi era differenza tra la donna che ha partorito una bimba e quella che ha partorito un maschietto, sappiamo da altri informatori che il latte della seconda era reputato più nutriente, sano e forte. Spesso quindi erano le donne che avevano avuto figlie femmine a chiedere alle altre. La Signora A però ricorda che si credeva molto nutriente un tipo di latte detto “latti di spadda” ossia di spalla. Precisa che l’interessata avrebbe dovuto sentire la differenza e il passaggio del latte dalla spalla al petto.
Il latte poteva mancare del tutto, quando la madre moriva di parto. Era questa una tragedia che coinvolgeva l’intera famiglia. La disperata ricerca di qualcuno che avesse latte abbondante si appellava alla Santa Carità Cristiana.
interessantissima a tal riguardo è l’edicola votiva da Madunnuzza a vota. L’affresco è una normale Madonna del latte, comunissime per le vie del paese in relazione proprio alla scomparsa del latte materno e a relativa grazia, ma la storia che vi sta alle spalle esplica in modo sorprendente il caso in cui moriva la madre. si racconta che il fautore la costruì per voto fatto a Maria Santissima dopo la morte della moglie di parto, se avesse trovato “una vota” (una volta) di latte per suo figlio ogni volta che avesse avuto fame, lui in cambio avrebbe fatto erigere e avrebbe curato la cappelletta sotto una “vota”  (un arco). al di là della veridicità del racconto storico ne ricaviamo un prezioso esempio di costume.
il latte poteva sparire anche in relazione ad un forte dispiacere o spavento della madre e in quel caso non tornare più. La morte del marito ad esempio poteva essere una delle cause.
tuttavia i problemi non erano minori neanche quando il latte c’era, bisognava stare attenti ad esempio al neonato dopo che aveva mangiato

picchi tanni macari s’acchianavini i fasci i ligna e si putiani ci putiani essiri serpenti e cosi e allura si stava attenti picchi u sciaviri du  serpenti…du latti attirava i serpenti. Ia mi sintia…ma a ma mi cuntava ca certi voti ne culli attruvavani i picciriddi e c’erini i serpenti vicini

perché allora si salivano i fasci di legna e li si potevano nascondere serpenti ed altre cose…e allora si stava attenti perché l’odore del latte attirava i serpenti. Io sentivo raccontare da mia madre che certe volte trovavano i bimbi con i serpenti vicini.

I bambini si svezzavano ad 11 mesi, un anno i maschietti. Ai maschietti dopo lo svezzamento bisognava dare un uovo al giorno per 100 giorni.

Come è possibile vedere da questi ultimi esempi i pericoli per il bambino erano anche all’interno delle mura domestiche. Un improvviso spavento ad esempio, poteva costituire il motivo di una patologia con forti dolori allo stomaco. “u scantu”  che portava con se “i vermi” e che bisognava “cerniri”o “cirmari” al più presto per eliminarli.

tipu quannu i  picciriddi avianu a frevi o ci dulia u stomacu si purtavanu ne chistiani a fari cerniri i viirmi, picchi si cridia ca s’avanu scantatu i cocchi cosa e erini chistiani ca sapiani fari propria i viirmi.

lo spavento si faceva pure…ad esempio quando i bimbi avevano la febbre o gli faceva male lo stomaco si portavano dalle persone capaci per fargli levare i vermi, perché si credeva che si erano spaventi di qualcosa. C’erano persone capaci che sapevano fare proprio i vermi.

La Signora B ci descrive il rito precisando che la signora “dalla mano santa” metteva l’aglio sia nell’ombelico che nella gola per evitare che i vermi, scacciati dalla pancia risalissero verso la bocca. La mattina seguente i bambini defecavano e si potevano realmente riscontrare piccoli vermicelli.
Chi voleva ciarmiri i vermi doveva imparare una particolare preghiera e schiacciare, la notte di San Giovanni Battista, un verme di terra tra le mani.

l’eliminazione dei vermi poteva avvenire anche in maniera “religiosa” presentandosi in chiesa e chiedendo “l’evangeliu” o “a Vancilica”, una particolare benedizione del bambino e della pancia di esso.
altra pratica contro il malanno del bambino era “u criu” una preghiera che invocava la protezione sul bambino e lo induceva a guarire. Spesso questa preghiera cominciava per “criu” o “u Verbu sacciu”.

Forze maligne potevano assalire il bimbo quando starnutiva o sbadigliava ed era necessario correre ai ripari.

R: quannu u piciriddu sbadigliava chi si facia?
I: si facia accussì fa il gesto cu i du ita comi si unu c’avissi a mettiri u Sali pi evitare ca ci trasianu i spiriti maligni  ‘nzomma ca…
R: nveci quannu u picciriddu starnutia chi si facia?
I: si ci dicia Gesuzz oppuri  Gesù Giuseppi e Maria aiutati u picciridduzzi mia.

R: cosa si faceva quando il bimbo sbadigliava?
I: gli si faceva così fa il gesto con le due dita come se si dovesse mettere del sale per evitare che entravano in lui spiriti maligni…inzomma che…
R: invece quando il bimbo starnutiva che si faceva?
I: si diceva Gesuzz oppure Gesù Giuseppe e Maria aiutate il mio bimbo

Inoltre di notte, i bimbi, potevano essere toccati dalle fate  crescendo malformati come racconta la signora B:

ci fu una ca stava ca gnusi e iera cu immiciddi e ma ma sempri mi dicia “chissa tuccata di fati fu” ca i fati dicica a pigghiavani dinno liitti e  a mittiani nterra

c’era una persona che stava più sotto di casa mia con la gobba e mia mamma mi diceva sempre “ lei è stata toccata dalle fate”, le fate dicevano che la prendevano dal letto e la mettevano a terra.

Man mano che il bimbo cresceva lo si cominciava a far giocherellare ma MAI sul tavolo di casa. Era  infatti credenza comune che portasse male poiché sul tavolo si esponevano i bambini morti.
si mettevano piuttosto a terra con una coperta con i pochi giocattoli creati in casa: a strummula (la trottola), i pupi (bamboline), a palla[3] e giochini di legno.
attesissima per ricevere questo genere di giochi era la festa della Vecchia, ben descritta dalla Signora B:

nuatri chissi faciumi, u trenta agghiurnava u trentuni cu i pupiddi fatti di pezza, i faciumi prima u tiimpi cu i piruzzi..i capidduzzi. Chissi aviani i carusi. Pa vecchia uottu iorna prima, quinnici iorna prima passavini pi strati un vastuni cu na vesta longa longa e u fazzoletti attaccati ntesta e faciani “e la vecchia e la vecchia” e passavini…pua vinia na nuttata da vecchia. Ma ma s’attaccava u fazzulettu biancu ‘ntesta e a nuatri carusi ni mittia i cusuzzi dda…i ficusicchi si cosi…  (…) no cuscini, sutta u cuscini, e nuatri a matina tuccaumi picchi u sapiaumi ca befana i mittia dda. Certi voti i giocattolini puri ni faciani attrruvari. A mia mi facia attruvari u fiirri i stirari, a cucinedda…e masculiddi ci facia attruvari i cavadduzza, i cavadduzza sa di chi i faciumi? Cu l’ossa di scecchi, che i iavini a pigghiari iddi propria, i carusi di dda dunn’erini e faciumi pui ci mittiumi a vardidduzza i cosi i cunti…chissi erini i scecchi di prima.

Noi facevamo questi, il trenta notte con le bamboline fatte di pezza, le facevamo tempo prima con i piedini, i capelli. Questo avevano i bimbi. Per la vecchia, otto, quindici giorni prima passavano per le strade con un bastone che indossava un vestito molto lungo e il fazzoletto in testa e cantavano “ e la vecchia e la vecchia” e passavano per le strade…poi veniva la notte della vecchia. Mia mamma si  attaccava un fazzoletto bianco in testa e metteva le cosette lì a noi bambini… i fichi secchi queste cose (..) nel cuscino, sotto il cuscino, e noi la mattina cercavamo sotto il cuscino perché lo sapevamo che  la befana li metteva lì. Certe volte ci facevano trovare pure i giocattoli. A me faceva trovare il ferro da stiro o la cucinina..ai maschietti  faceva trovare invece i cavallini, sai di cosa facevamo i cavallini? Con le ossa degli asini, li andavano a prendere loro stessi, i bambini da dov’erano e noi poi gli mettevamo la “vardedda” e le altre cose…. Questi erano gli asini prima.

Quando erano più grandi i bambini si riversavano per le strade giocando ammucciaredda o tivitti( nascondino), alle belle statuine, a corda, o quatratu, a bricavò[4], cu i strummuli, e mazzuocculi[5],  cu i gettoni[6], cu i ritrattedda[7]…tra i giochi e i passatempi è significativo che la Signora A inserisca la realizzazione “di carti rizzi” carte a fisarmonica che vengono utilizzate per decorare le strade il giorno del Corpus Domini. Al tempo in cui l’informatrice era bambina si svolgeva la processione durante tutta l’ottava e tutti i quartieri facevano a gara per decorare al meglio le proprie strade. Tra i divertimenti è annoverato anche il travestirsi a carnevale e il costruire oggettini da vendere.

Il calendario cerimoniale castelbuonese era ricchissimo di feste, ad alcune dovevano partecipare i bambini altre erano a cura dei ragazzi.
una festa per i bambini era ad esempio San Biagio (3 febbraio), protettore della gola. I bambini si portano in chiesa per ricevere la benedizione della gola ed essere preservati dallo strozzarsi con il cibo. La storia di San Biagio annovera infatti fra i tanti miracoli anche quello di aver salvato con la sola benedizione un bimbo a cui si era attraversata una lisca di pesce nella gola. Altre feste nominate dalla signora A sono Santa Rita(22 Maggio), San Giovanni bosco (31 gennaio) e Sant’Anna (17-27 luglio). In quest’ultima occasione si usa portare i bambini alla processione serale della novena, spesso anche in braccio, mentre le mamme vanno a piedi scalzi per voto fatto. Si usa inoltre avvicinarli alla statua di culto o al busto Reliquiario per farli “benedire”. quando sono un po’ più grandetti invece si usa fargli fare “ a vasata du peri”[8].

Tra le feste invece organizzate dai ragazzi menziona il carnevale, durante il quale gruppi mascherati di ragazzi “fannu i maschiri” (recitano le satire locali), u Mart a Sant’Anna (primo martedì di febbraio) festa un tempo celebrata da chi doveva partire soldato e oggi divenuta festa dei diciottenni in onore di Sant’Anna e da loro completamente organizzata[9], Santa Lucia i campagna (ultima domenica di settembre) festa agreste che prevede la cottura della cuccia, i giovani si ritrovano nella chiesetta di campagna la sera prima passando la notte in compagnia, mangiando e cuocendo la cuccia per il giorno dopo.
Caso a sé è la festa di San Giuseppe, riconosciuta da entrambe le informatrici come festa con i giovani. La Signora A li menziona a proposito du manciari i San Giuseppi o Virgineddi, uno speciale pranzo a base di verdure offerto per voto a 10 o13 bambini disagiati e vicini di casa. La Signora B amplia la partecipazione dei giovani ad alti momenti della stessa festa e a quella di San Michele(pasquetta):

pi san giuseppi e san micheli faciani a vampa, ca menzu a via. Ogni strata c’era a vampa, vampa ci diciumi, u falò, vampa di san Giuseppi e pi san Micheli. E pi San Giuseppi iavini a ligna, purtavini fasci i ligna i carusi, masculiddi accussì di deci anni dudici anni…e cu ni purtava chiossai era chiù cuntenti…a nostra veni chiù ranni…picchi tanni neca c’erini cosi di fila di luci cosi ca si putiani abbrusciari. U iornu i san Giuseppi , u dicinnovi, c’era a vampa. Prima c’era u diuni..faciani diunari puri e picciridddi nichi!

Per San Giuseppe e San Michele facevano la vampa, qui in mezzo alla strada. In ogni strada c’era una vampa, la chiamavamo vampa, il falò, la vampa di san Giuseppe e di San Michele. E per San Giuseppe i ragazzi, machietti di dieci o dodici anni, andavano a raccogliere la legna, portavano fasci di legna, e chi ne portava di più era più contento “ la nostra vampa verrà più grande” perché allora non c’erano i fili della luce e tutto ciò che si poteva bruciare. Il giorno di San Giuseppe, il diciannove, c’era la vampa. Prima c’era il digiuno…facevano digiunare pure i bimbi piccoli

Inoltre la partecipazione ai giochi quali a ‘Ntinna[10] o u iuocu i pignati[11]. La Signora B pone l’accento anche su un altro gioco, A tirata e iadduzza[12], durante la festa del Rosario a cui partecipavano esclusivamente i giovani.

Tappa fondamentale della vita del ragazzo era la prima comunione che avveniva lo stesso giorno della cresima. La Signora A ci racconta che

si facia no stissi iuornu! si facia no stissi iuornu a matina a cumunioni e pu pomeriggi a crisima e c’era a festa arria ca parrina; a cumunioni si pigghiavani i parienti o si facia dintra…sempri dintra si facia tanni u pranzi… quannu si turnava da chiisi  ntanti si ci facia attruvari dolci e cafè a cu…a tuttu.. a chiddi chi viniani a casa…pua si facia u pranzi cu i parienti e u pomeriggi si iava arria a chiisi e c’era a crisima e c’era a parrina o u parrini assecunnu s’era masculu o fimmina e allura o pua…u pomeriggi pua si facia cu u facia… natra fisticedda pa crisima e pua si mannav(a)… a cu ti purtava u regali oppuri prima ancora ca ti purtavanu u regali i confetti si purtavini e vicini e parienti.
i confetti pa prima cumunioni  bianchi! E si ci purtavani e vicini. E pua ti davini na medaglina u iuornu da prima cumunioni e l’ava a teniri pi uotti iorna. E  tuttu u misi i maggi, ogni sira ava iri a missa picchi era u misi da Madonna.

si faceva nello stesso giorno! La mattina la comunione e nel pomeriggio la cresima
I: e c’era a festa di nuovo con la madrina; per la comunione si prendevano i parenti si faceva in casa…allora sempre a casa si facevano i pranzi…quando si tornava dalla chiesa intanto si facevano trovare dolci e caffè a chi..a tutti… a quelli che venivano a casa…poi si faceva il pranzo con i parenti e il pomeriggio si andava di nuovo in chiesa e c’era la cresima e c’era la madrina o il padrino assecondo se era maschio o femmina e allora o poi…il pomeriggio poi si faceva un’altra piccola festa per la cresima  e poi si mandava…a chi ti portava il regalo oppure prima ancora che ti portavano il regalo si portavano ai vicini e ai parenti i confetti
i confetti per la prima comunione bianchi! E si portavano ai vicini. Il giorno della prima comunione ti davano una medaglietta  e la dovevi tenere per otto giorni. E tutto il mese di maggio, ogni sera si doveva andare a messa perché era il mese della madonna.

nel pomeriggio inoltre era di rito la fotografia che era fatta direttamente nello studio fotografico sistemato ad hoc con disegni e statuine. Con il passare degli anni i drappeggi e le decorazioni aumentarono notevolmente come è possibile riscontrare dalle stesse foto riportate.


[1]  Si credeva anche che portare il bambino a Gibilmanna o in altro luogo montano lo invogliasse a mangiare “ ci rapi u pitittiddi”.  Nel dialetto locale resta l’idea del viaggio nel celebre modo di dire “ un c’è bisuogni di purtariti a Gibirimanna pi rapiti u pitittiddi!” rivolto sempre verso persone che mangiano molto.

[2] Un uso ormai desueto prevedeva di raccogliere varie “reliquie sacre” quali i petali di Santa Rita, il cotone di Sant’Anna, briciole del pane di Sant’Antonio, foglie d’alloro del Sacro Cuore o della Madonna della Scala, foglie d’ulivo della Domenica delle palme, pezzetti di cera della Candelora ecc.. chiuderli in un sacchetto e metterli vicino al bambino.

[3] Spesso di pezze cucite fra loro

[4] Gioco praticato soprattutto dai maschietti che saltavano gli uni sugli altri a mò di cavallina

[5] I mazzuocculi erano pezzi di legno con cui si colpiva “u  trenta” (altro legno) per farlo volare quanto più vicino ad una base detta “casuzza”.

[6] gioco realizzato utilizzando i gettoni. Si tiravano vero il muro con una particolare postura delle dita. Chi arrivava più vicino vinceva.

[7] Con le figurine. Gioco molto recente che impiega le figurine .

[8] Baciata del piede. Uso diffusissimo di onore a Sant’Anna. Si tocca con la mano il piede della statua mandandole poi un bacio.

[9] La festa era chiusa dalla corsa con le fiaccole accese. Oggi vi partecipano anche le ragazze, un tempo era soltanto maschile.

[10] Consisteva nel raggiungere una pentola stracolma di leccornie posta sopra un alto palo cosparso di sapone e olio

[11]  Poteva essere o come alla nota 9. Altrimenti consisteva nel cercare di rompere alcune pentole di creta appese ad un filo al cui interno v’erano dei premi. Il giocatore doveva essere bendato e tenere in mano un fraccuni (bastone)

[12]  “tiro ai galletti”. Si ponevano alcuni galletti dietro un masso. Il gioco consisteva nel prendere il galletto con una pietra quando sporgeva la testa da dietro la pietra.

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