IL FIDANZAMENTO

Il fidanzamento era una tappa fondamentale nella vita dell’individuo. Fidanzarsi e di conseguenza sposarsi segnava l’ingresso nella società a tutti gli effetti. Racconta la Signora B che le capitava spesso di salire le scale di casa sentendo i genitori parlare con il fratello, frate, di fatti accaduti nel paese e fermarsi bruscamente appena lei entrava nella stanza. Il suo ingresso era sempre segnato dall’espressione “munnizza c’è” che indicava a chi stava conversando di cambiare discorso o tacere. Fu invece introdotta a questi discorsi quando si sposò.
Anche per l’uomo il fidanzamento era come appropriarsi del proprio ruolo nella società. Era l’ultimo scalino prima di poter arrivare ad essere il padre di famiglia, il continuatore e l’erede “du nomi” e delle buone tradizioni di famiglia: dal lavoro paterno, alla congregazione, al carattere. 
restare nubili o celibi era qualcosa di estremamente preoccupate. Bisognava scongiurare questo pericolo con tutti i mezzi possibili. Quando era possibile si cercava di realizzare un fidanzamento vantaggioso ma se si rischiava di restare soli ci si accontentava di qualsiasi opportunità.
la Signora A ci riferisce due pratiche per trovar marito una era rivolta verso San Nicasio Martire[1] e doveva essere compiuta dalla madre della ragazza da marito:

A prima vota a chistiana ci iava tranquilla San Niquasii  e..e ci facia a preghiera… a secunna vota ci iava chiù arrabbiata..aspittava uottu iorna deci iorna… A terza vota ca ancora unn’ava attruvatu u ziti a chistiana ci iava arrabbiata e ci tirava a spada e ci dicia “ San Niquasii ammutta a porta e trasi porta u ziti mulu e casi!”

La prima volta la madre ci andava tranquilla “San Nicasio…” E gli faceva la preghiera…la seconda volta ci andava più arrabbiata…la terza volta… aspettava otto, dieci giorni… la terza volta, dopo che non aveva trovato il fidanzato la signora ci andava arrabbiata e gli tirava la spada e gli diceva “ San Nicasio! Spingi la porta ed entra porta il fidanzato, il mulo e la casa”[2]

Altra pratica era rivolta dalle stesse ragazze  a San Pasquale:

iava na chiisi e priava e ci facia “san Pasquali baylonni prutitturi di li donni mannami un maritu beddu rossu e sapuritu comu a vui tali e quali o gluriusu san Pasquali!” e si san Pasquali sperava sempri ca ci facia a grazia…

andava in chiesa e pregava dicendo “ San Pasquale Baylon protettore delle donne mandatemi un marito bello, ben fatto e grazioso nei modi come a voi tale e quale o glorioso San Pasquale!”  e si sperava sempre che san Pasquale potesse farle la grazia

 

da altre fonti ho attinto anche l’uso di votarsi a Sant’Antonio o a San Vito[3].

tutti i possibili fidanzati sono detti in dialetto “partiti” e ognuno andava vagliato attentamente. Nel caso in cui un ragazzo si invaghiva di una “picciuttedda” non poteva che chiederne la mano al padre o alla madre. prima dell’ufficializzazione i due potevano vedersi di sfuggita in luoghi comuni, come ricorda la Signora A o alle quarantore[4] o durante altre feste di carattere religioso. Lo stesso carnevale poteva essere un ottima occasione, ma in quel caso bisognava stare molto più attenti perché il controllo dei parenti nelle salette da ballo era serratissimo.
la Signora A ricorda che c’era bisogno di un intermediario che poteva essere una vicina, un parente (di solito uno zio) o il parroco del paese. Anche la signora B ci racconta che

vinia una e ci dicia a ma mà “u sa? C’è uni chi vo a tò figghia. Ma però a vo canusciri.” “e nca dunni n’ami a canusciri?” “dda na casa di tizia” di na parenti e allura ni dda casa ci iava a picciuttedda ci iava u picciuttii, parravani e basta…si ci piacia…allura ci iava arria (dai parenti di lei) “ e allura faciimi tutti cosi”. U diciani a figghia a figghia siddi ci dicia di si..si ci dicia di no ci dicia “ ma figghia..nenti un vò”. Ma prima avia a piaciri a so mà.

veniva una a casa e diceva a mia mamma “lo sa? C’è un ragazzo che vuole tua figlia. Ma prima vuole conoscerla” “ e vabbene dove dobbiamo conoscerlo?” “ la nella casa di tizia” di una parente,  e allora in quella casa  ci andavano sia la ragazza che il ragazzo parlavano e basta…se gli piaceva…allora tornava di nuovo (dai parenti di lei) “ e allora facciamo il fidanzamento”. Lo dicevano alla figlia, la figlia se gli diceva di si… se gli diceva di no gli dicevano “ mia figlia …non vuole”. Ma prima doveva piacere alla mamma di lei. 

È molto interessante sia la possibilità data di parlare con la ragazza sia la possibilità di scelta data alla stessa. In molti altri casi ciò non avveniva. Il partito veniva combinato e i due giovani non avevano molta scelta. Non tutte le ragazze avevano infatti dei pretendenti e quindi bisognava cercali e accontentarsi a questo scopo esisteva una figura particolare u ncucchiaviddica[5]. Costui era una specie di rubrica vivente di tutti i “partiti” possibili e combinava i matrimoni come un sansali[6] fa con gli affari della fiera.
Spesso prima di concedere la possibilità dell’incontro per parlare, la famiglia della ragazza, nella fattispecie la madre si informava sulla qualità del partito, sulla famiglia e soprattutto sulla condotta del ragazzo e dei parenti. V’era infatti la convinzione che “far il male” fosse ereditario. Se il padre aveva rubato anche il figlio era un ladro quantomeno in potenza perché “ u sangu è sangu!”[7] e “un s’avvistu mai un vraccocu cadiri sutta u peri i ficu”[8].  La signora A ricorda bene come i padri si vedessero per discutere a tavolino gli affari della dote, della casa e di tutto ciò che riguardava questa unione. Anche dal lato del potenziale fidanzato si procedeva ad una indagine simile. Se l’esito era positivo si “strincia u zitaggini”. Qualora, per una ragione qualsiasi, fosse stato negativo la questione era chiusa per sempre.  
esisteva però una terza via. Se infatti i due giovani si amavano e non accettavano la decisione dei genitori, organizzavano una fuga (a fuitina[9]). Questo evolversi gettava le famiglie nello scompiglio, come ricorda la Signora A, quando i fuitizzi (fuggiaschi) tornavano, era d’obbligo il matrimonio. La pace con le due famiglie però non avveniva sempre. La ragazza fuitizza non poteva indossare l’abito bianco perché, spiega la Signora A, si era convinti che avesse perso la verginità e indossava un taglier. L’essere fuitizzi era una pecca socialmente punita.
ma ammettiamo il caso in cui tutto fila liscio e “u partito cunchi”, bisognava ufficializzare l’unione. Il rito descritto dalle due donne è leggermente diverso poiché con il tempo si è semplificato. In entrambi i casi però è detto “prima acchianata[10]” e l’atto del rendere ufficiale “rumpiri u scaluni”.
La Signora B (più anziana) ce lo descrive cosi

vinia cu patri, pua all’atra sira vinia cu a matri. Vinia cu patri u vinia a cunsinnari “ cà c’è ma figghi, a picciuttedda  è druocu, i carusi si vuonnu…si c’è u destini si fa”

 Veniva con il padre, poi la sera dopo con la madre. veniva con il padre che lo veniva a consegnare “ qui c’è mio figlio, la ragazza è lì , i ragazzi si vogliono se il destino è questo si farà”

La Signora A invece ricorda che “a prima acchianata” si faceva una sola sera e tutti insieme. Ci andavano anche i parenti:

(u zitu)cu a mamma u patri e i parienti si avianu avuti…e ci purtavanu aniddi chissi però duoppu che i patri s’avanu misi d’accuordi.na zita nveci si ci facia attruvari i pariinti , pua si ci facia attruvari i dolci… inzomma a prima acchinata.

(il fidanzato) con la mamma e il padre e i parenti se dovevano ricambiarla (una acchianata)…e gli portavano l’anello, questo però dopo che i padri s’erano messi d’accordo. Dalla fidanzata invece si facevano trovare i parenti di lei e da mangiare i dolci… insomma la prima visita.

La Signora A mette in rilievo un particolare molto rilevante: l’anello. L’anello di  fidanzamento era uno dei pegni più preziosi che l’uomo dava alla ragazza e spesso era un gioiello di famiglia. Dopo il dono dell’anello cominciava un fitto scambio di doni alimentari e di oggetti di cui parleremo tra breve.
La sera del fidanzamento la casa della sposa doveva essere adorna e sistemata, tovaglie nuove e piccole decorazioni accompagnavano una meticolosissima pulizia. La suocera infatti scrutava la casa per capire quanto “massara” fosse la nuora.
il fidanzamento ufficiale segnava un avvicinamento. I due potevano cominciare, lentamente, a frequentarsi e le due famiglie dovevano rispettare una serie di “dovira”.
entrambe le informatrici sottolineano che “a zita” doveva recarsi spesso a casa “da soggira” anche quando non c’era il fidanzato. Per mostrare quanto fosse ligia al lavoro (massara) portava con sé il ricamo o il lavoro che aveva per le mani e si sedeva a chiacchierare in quella casa.
La Signora A ci informa che il fidanzato poteva andare a casa della fidanzata dopo cena o dopo il lavoro e qui stare a conversare con la famiglia. V’era però un tempo limite dopo del quale i suoceri cominciavano a “pruciniarsi” (muoversi e mostrarsi infastiditi) per far capire al ragazzo che era ora di andare. Si evitavano infatti visite troppo lunghe affinché la gente non pensasse male. I due fidanzati non erano mai lasciati soli ed eloquente è la testimonianza della Signora B:

i ziti si putiani vidiri ogni sira però c’ava a essiri so mà. Si pua sa purtava fora, fina ni so ma per esiimpii dunniera c’ava a iri natra una d’apprissi, na suori na cosa. Quanni vinia u nonni ch’era ziti cu mia, ma suori Puppina si mittia a punta di dda scala quannu si ni scinnia pi vidiri chi facia chiddi ..c’ava a fari pi scali chiddi? C’avia a fari? E chidda addumava na luci e si mittia dda fa la mossa (incrocia le mani e mi fissa con lo sguardo attento) accussì ca uardia sempri fina chi mi maritai ia…

i fidanzati si potevano vedere ogni sera però doveva esserci la madre. se poi la portava fuori, per esempio a casa sua dalla madre, ci doveva andare anche un’altra persona, una sorella per esempio. Quando veniva tuo nonno che era fidanzato con me, mia sorella Giuseppa si metteva in cima a quella scala quando lui se ne scendeva (e io lo accompagnavo) per vedere cosa faceva. Che doveva fare per le scale? Che doveva fare? E lei accendeva una luce e si metteva là fa la mossa (incrocia le mani e mi fissa con lo sguardo attento) così funzionava: con la guardia finchè mi sono sposata io.

Anche la Signora A ricorda che bisognava essere accompagnate per poter uscire con il fidanzato. Non che le occasioni per farlo fossero abbondanti! Una tra le principali in cui “i ziti” si dovevano far vedere insieme erano senz’altro le Quarantore alla Matrice, che potremmo definire l’evento per eccellenza in cui si scoprivano le nuove coppie mentre l’intera Castelbuono si mostrava in pompa magna. Oppure potevano passeggiare lungo il corso, rigorosamente
altra occasione molto sentita era “a festa i sepurca”[11] la Signora B ne avvalora l’importanza con il racconto delle rotture perché i fidanzati non avevano avuto la delicatezza di portare le fidanzate “alla furriata” e dunque di dichiarare al paese il loro fidanzamento:

pua c’erini i sepurca ca tanni si furriavani i sepurca, u sa quanti chistiani si lassari chistiani ziti co ziti un l’avia ddu doviri certi ziti di purtalli o sepurchi era una festa! Dici “iddu mancu a vinni a pigghiari pu sepurcu a zita!” e si lassavani. Picchi a festa u sepurcu era una cosa pi tutti…granni…
R: un ci putia iri sula a zita?
no ca l’avani a vidiri i chistiani ch’erini dda no sepurcu “talè u zitu ca zita”

poi veniva la festa dei sepolcri (altari della reposizione) e a quei tempi si giravano tutti, sai quanta gente si è lasciata da fidanzata? Perché il fidanzato non aveva avuto la buona creanza di portarla a vedere i sepolcri! Dicevano “lui manco è  venuta a prendere la fidanzata per andare al sepolcro!” e si lasciavano. Perché la festa del sepolcro era qualcosa di grande..per tutti
R: e la fidanzata non poteva andarvi da sola?
no! Lo dovevano costatare tutte le persone che erano al sepolcro “guarda i fidanzati!”

portare la fidanzata ai sepolcri era un dovere tra i tanti che si dovevano onorare. Altro dovere era “a manciata assiimi”, solitamente pranzi, che si tenevano durante le feste  principali. Vigevano regole imposte dalla tradizione su come e su chi dovesse invitare. Ad esempio per Sant’Anna, essendovi  festa per tre giorni, si mangiava un giorno dal fidanzato e un giorno dalla fidanzata. Per il Crocifisso invece, se uno dei due abitava nella zona alta, allora si mangiava lì essendo la festa dei quartieri alti del paese.  Per Carnevale si potevano sfruttare i giorni di Giovedì grasso, Domenica e Martedì per mangiare insieme. Per Pasqua invece la situazione era ben diversa. Il pranzo insieme andava fatto a casa del fidanzato mentre a casa della fidanzata avveniva un altro rito molto particolare “a cunisigna du cori”.
entrambe le intervistate ricordano il rito e lo descrivono in maniera simile. La suocera doveva fare un cuore con un impasto di mandorle quanto più grande possibile (cosi i Pasqua i miinnila) e una bambola (a pupa) con un impasto di uova e farina (a taralla). La madre della fidanzata invece doveva preparare, insieme alla figlia, un gran numero di “cosi i Pasqua i taralla” e in particolare un agnello molto grande.
Il giorno di Pasqua le due famiglie si incontravano a casa della fidanzata e avveniva lo scambio di dolci. Il cuore si “rumpia” tutti insieme e si mangiava. Parti del cuore venivano portati ai parenti e ai vicini in segno di festa. Questo cuore doveva presentarsi “cunzatu” ossia addobbato con fiori e nastri. Sulla qualità, la quantità e la grandezza del cuore si sarebbe discusso a lungo. Il cuore troppo piccolo come un agnello misero erano visti molto male.
anche per Sant’Anna v’era lo scambio di regali tra famiglie, solitamente il gelato.[12]

Altri doveri erano ad esempio quello di concorrere al lutto di una delle due famiglie e di andare a vedere la processione qualora passasse da una delle due case. Per esempio la processione della novena di Sant’Anna o l’ottavario del Corpus Domini che percorrevano interamente il paese erano occasioni per scambiarsi questo tipo di doveri.

I fidanzati usavano scambiarsi piccoli doni anche tra di loro. “u fazzulettu i campagna”  o qualche altra cosa fatta a mano (calzette di lana per i pastori, maglie) erano i regali delle ragazze, oggettini intagliati, Santi di legno, riproduzioni di casette e parti del paese i regali degli uomini[13]. Le suocere inoltre, andavano regalando alla nuora (fidanzata del primo figlio maschio), tutto l’oro di famiglia.

Qualora u zitaggini si rompeva si dovevano restituire tutti i regali fatti e le due famiglie non restavano affatto in pace.


[1]  Santo originario di Caccamo; la chiesetta castelbuonese è  sulla strada che porta a Geraci, alle porte del paese. La festa è tutt’ora celebrata il 22 settembre.

[2] La pratica prevedeva preghiere non strettamente codificate. La signora A.Barreca mi riferiva  le seguenti preghiere specificando che potevano variare:
– per la prima visita al Santo: oh gloriosu san Nicaseddu\ un piaciri m’ati a fari\ nu’ partiti ati a truvari\pi ma figghia maritari\ siddi è riccu nun dispiaci \ci l’avissi centu casi! \e siddi è lariu un si scantassi\basta chi n’assistimassi\oh gloriosissimu San Nicaseduu\l’attruvamu stu picciutteddu?(attruvatimillu stu picciutteddu)

-per la seconda volta: ca’ accussi si fa san nicaseddu?\ unu vi prea e rumpiti ù munzeddu?\ sacciu però ca’ aviti a pinsari\  e chi sta razia mi vuliti accurdari\ datimi prova da vostra buntati\ e iu vi’aduru pi l’eternitati.

-la terza volta la donna muoveva la spada del santo minacciando di stappargliela via o di rivolgersi a San Vito.

[3] Santu Vitu Santu Vitu attruvatimi un martitu!

[4] Ore di adorazione Eucaristica che vanno dalla Domenica delle Palme al martedì santo.

[5] Letteralmente unisci ombelichi.

[6] Mediatore

[7] il sangue è sangue.

[8] Non si è mai vista un’albicocca cadere dall’albero del fico.

[9] Un modo di dire recita “fari truscitedda e fuiri”  (fare un fagotto e fuggire)

[10] Prima salita. Salita perché le case si articolavano secondo un preciso schema che vedeva la stanza da pranzo  o la cucina posizionata all’ultimo piano. Al primo invece stava la stalla. Bisognava dunque salire per arrivare nella stanza dell’accoglienza.

[11]  Tra il giovedì santo sera e il venerdì santo mattina. Poi proseguiva dopo la processione.

[12] Dalla Signora Rita però apprendo che ancora prima del gelato si mandavano “u miluni russu” ossia l’anguria

[13] Ricevo la notizia dal Signor

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