IL BATTESIMO

Quando chiesi alla seconda intervistata di parlarmi del battesimo capii subito che mi trovavo dinnanzi un rito che aveva subito diverse variazioni nel tempo. La mia impressione fu confermata da ciò che ascoltai da entrambe.

Secondo l’uso ricordato dalla Signora A il bambino si usciva la prima volta per il battesimo, contrariamente la Signora B sostiene che la prima uscita non doveva necessariamente coincidere con il battesimo…ma con il viaggio alla Madonna della catena. Incuriosito dal dilemma ho intervistato altre persone di età vicine alle due informatrici e ho riscontrato che le più anziane seguono il rito descritto dalla Signora B mentre le più giovani quello della Signora A. Ad un certo punto della storia, qualcosa è cambiato. Paradossalmente mi aspettavo l’inverso.

in ogni caso entrambe le versioni concordano che il battesimo andava fatto quanto prima. Un battesimo tardivo era socialmente punito con “u vattisimi o scuri” fatto di sera e con poche candele accese. La gente riconosceva questa pecca nel bambino e continuavano a tacciarlo come “unu vattiatu o scuru”.

Tutti i battesimi erano celebrati alla matrice nuova di mattina, dove ci si recava formando un piccolo corteo. Davanti si ponevano dei bambini, parenti, fratello o vicini di casa  vestiti bene e recanti in mano a cannata o cannatinu (brocca), u tabbaré (vassoio d’argento) con l’asciugamano tessuta, a tazza cu fazzulettu (la tazza con il fazzoletto) e a volte una candela.
La Signora B ricorda l’uso di spolverare della cannella nella tazza e sul fazzoletto per profumarle

“na tazza si ci mittiani un fazzolettini biancu lavorati e a cannedda quantu facia l’oduri, u profumi chissu era a cannedda”
“una tazza, si ci mettevano un fazzoletto bianco lavorato e la cannella in modo tale che faceva l’odore, il profumo era questo della cannella!”

La tazza e u cannatini era di proprietà della chiesa a cui poi si dava un’offerta spesso posta nel vassoio d’argento.

Il fazzolettino di cui parla la Signora B è lo stesso che la Signora A descrive così:

“pua si priparava un fazzulettu p’asciucarici quannu ci mittianu l’uogghiu santi ca pua napuochi pua su sarvavanu sempri tuttu biancu cu merlettini.”

 

“poi si preparava il fazzoletto, sempre tutto bianco con i merletti, per asciugarlo quando gli si metteva l’olio santo, alcuni usavano conservarlo.”

Seguivano i bimbi i genitori con il bambino e i padrini. Questi ultimi erano scelti in famiglia, secondo la Signora B dovevano essere sempre e solo dalla parte del marito, secondo la Signora A invece il diritto dei parenti del marito ricadeva solo sul primogenito, sul secondo invece avevano diritto i parenti materni. Quest’ultimo è l’uso ancora corrente. Al padrino toccava l’onere del regalo, spesso una collana d’oro con crocifisso che veniva poi benedetta in chiesa e che sarebbe poi riapparsa al collo dell’uomo per tutte le occasioni importanti.[1] I padrini erano solitamente in numero di due, una coppia sposata o fidanzata. La Signora B però ricorda bene che anticamente neanche i padrini potevano permettersi tanto lusso  e al massimo regalavano taralle e vestitini. Ai padrini toccava pagare la messa. Secondo la Signora A il regalo andava ricambiato agli otto giorni o al massimo al mese come tutt’ora in uso anche con regali costosi quali la macchina da cucire o un servizio di piatti o di bicchieri. La Signora B non ha ricambiato i regali fatti dai padrini ai suoi cinque figli anche perché tutti di famiglia. Il padrino, nel caso in cui assente, si poteva far sostituire per procura pur di non perdere il diritto.  

In seconda fila e giù di lì sfilavano tutti i parenti.

Il padre del bambino doveva:

“arrivanni fora i carusi viniani apprissi e ci ittavini un pugni i sordi, u patri  u patri di picciriddi ittava un pugni i sordi tutti scanciati, ca putiani essiri i du liri i cincu liri da accussi e i carusi tutti s’azzuffavini pi pigghiari si sordi di nterra…tutti faciani sa festa di fora puri ca unn’aviani sordi un pugni pu vattisimi c’aviani a essiri”

 

“appena fuori, i ragazzini cominciavano a seguire il corteo e gli buttavano un pugno di soldi, il padre, il padre del battezzato,tutti scambiati a due e cinque lire e i ragazzi si azzuffavano per prendere i soldi da terra. Chiunque faceva questa festa esterna, pure chi non aveva soldi per il battesimo ne conservava un pugno”

Un segno d’abbondanza simboleggiato a volte anche da chicchi di grano lanciato prima della partenza del corteo. Alcuni vicini scendevano per strada a fare gli auguri.

Il bambino doveva essere vestito di bianco con un vestitino lungo fino ai piedi ricamato e ornato di merletti, la cuffietta bianca e la copertina dello stesso colore. Entrambe le informatrici sono concordi su questo punto. La signora B sostiene inoltre che non importava il tipo di tessuto “o di velo d’india o di seta… ma biancu”. Spesso questo vestitino era ricamato, abbellito o fatto dalla madrina e si conservava  per generazioni

Tutti i parenti si vestivano con gli abiti migliori.

Al rito in chiesa assistevano anche i vicini di casa e la levatrice e tutti coloro che volevano condividerne la gioia. Al rientro in casa, sempre in corteo, v’era di solito qualcosa da mangiare.

La Signora B ricorda che

 

“A festa a casa…si ballava…si facia trattinimiinti…si faciani cosi i miinnila…cosi ca faciumi a casa no chi iaumi accattari…(chiedo se si preparava anche pasta) no…no..no… tutti durci.”

“la festa a casa…si ballava…si mangiava… si facevano i dolci di mandorla e cose fatte in casa non comprate. (chiedo se si preparava la pasta) no..no…no… tutti dolci

La Signora A invece ricorda perfettamente che ai suoi tempi

“c’erini dri famigli ca facianu a manciata….cu i pariinti e allura facianu macari du tagliarni dintra, agniiddi o sucu e si dicia e finiu u vattiu. Pua macari a testa i turc(u)..cosi sempri dintra… oppuri  i cannola ma sempri accussi nfamiglia neca ci su i pranzi ca ci su ora!”

“ c’erano famiglie che facevano il pranzo con i parenti e preparavano tagliatelle in casa, agnello al sugo e si diceva e finì il battesimo. Poi magari la testa di turco… qualcisa di casalingo…oppure i cannoli ma sempre in famiglia non si facevano i pranzi  di ora.”
Necessari e indispensabili erano i ceci caliati (abbrustoliti nella sabbia calda) con le cannittigghie (Bastoncini di zucchero e cannella), che  tutt’ora si distribuiscono per i battesimi, e le fave[2] caliate o pisciate[3].  La distribuzione di questi alimenti era appunto detta “fari u vattisimi” e gli alimenti “u vattisimi”.Interessante è il ricordo della caliatura e della distribuzione dei ceci della Signora B

“Caliaumi i ciciri aura du vattisimi, i ciciri l’aviami nuatri o l’accattaumi crudi e pua i scuadaumi i faciumi i caliaumi no caliaturi. U caliaturi nu faciumi mpristari di quarcuni pagannili cu a sabbia cavida cavida ci mittiumi i ciciri e  caliaumi i ciciri… ni caliaumi ciciri sapiddi quanti e faciumi u vattisimi pi tutti i carusi chi c’erini na strata…i pariinti. Fazzoletti attaccati…ride neca c’erini chissi cosi d’ ora. Fazzoletti puliti…(…) neca ci daumi nuatri. Fazzoletti i mammi ci davini i fazzoletti  beddi puliti, nuatri ci taccaumi cussì beddi attaccati cu i ciciri i cannittigghi…(…) ah! A fava! I favi pisciati!ride neca c’erini confetti”

 

“abbrustolivamo i ceci nella sabbia prima del battesimo, i ceci ce li avevamo noi o li compravamo crudi e poi li bollivamo e li facevamo abbrustolire nel caliaturi. U caliaturi ce lo facevamo prestare da qualcuno pagandolo, con la sabbia calda calda abbrustolivamo i ceci mettendoli lì in mezzo… abbrustolivamo tantissimi ceci e facevamo u vattisimi per tutti i ragazzi della strada e i parenti. Fazzoletti attaccati ride non c’erano allora le cose d’oggi. Fazzoletti puliti…non glieli davamo noi. I fazzoletti glieli davano le mamme belli puliti, noi glieli attaccavamo così ben attaccati con i ceci, le cannittiglie…ah! La fava! I favi pisciati ride non c’erano i confetti”

Anche la Signora A ricorda a caliatura dei ceci e la distribuzione di essi insieme alle fave e alle cannittiglie. Però è testimone di un epoca in cui già cominciava a nascere l’uso di distribuire i confetti e delle prime timide bomboniere. Ricorda anche l’uso di distribuire i ‘nguanterini (vassoietti).

“ si ci mittianu i pasti si ci mittia na banana i cioccolatti, si ci mittianu du dolcini e pua si ci dava u sacchettu di cunfetti e u sacchettu di ciciri e di cannittigghi e na fava caliata”

 

“ci si mettevano le paste, una banana di cioccolato, qualche dolcino e poi gli si dava il sacchetto dei confetti e dei ceci e cannittigghi e una fava caliata”

Chiudendo la sezione sul battesimo mi piace segnalare la festa dell’8  settembre che si svolge seguendo lo schema tradizionale del battesimo. La festa, detta anche “u vattisimi a Madonna” era preceduta, il sette sera, dalla “bonura” alla Madre Sant’Anna. La bonura consisteva in un viaggio fino al castello in cui si recitava il tradizionale rosario a Sant’Anna (Rusariu di scavisi o di l’uottu sittiimmiri) seguito dalla salutazione alla Madre ( a bonura). Giorno otto invece

si vattia a bambinedda ed è comu si si vattiassi un picciriddi!c’è a parrina… c’è u regalu da parrina…e si fannu i ciciri. A collana o u bracciali…sempri na cosa d’oro.

 a Santa a matrici…si porta o castieddi pua si riporta a matrici è comi si partissi da so casa issi a vattiari e ritorna

l’informatrice tuttavia commette un errore. La chiesa da cui si parte e a cui si torna è il castello reputato da secoli la “casa” di Sant’Anna. Alla matrice invece si compie il rito della Messa e anticamente anche il battesimo vero e proprio. Il corteo era un tempo più complesso e si portavano anche tazza, cannatinu, asciucamani e cannila. Oggi invece una madrina regge in braccio la statuina vestita con il tradizionale vestito bianco e fa le veci della madre, ricevendo addirittura gli auguri dei presenti. Alla fine della messa vengono distribuiti i ceci e particolari pani votivi contro i fulmini[4].


[1] La collana d’oro poteva poi essere inserita nel testamento. Tuttavia spessissimo passava di padre in figlio.

[2] La fava, in altri contesti, aveva un significato propiziatorio come ad esempio durante la festa di San Giovanni o nell’edificazione di una nuova casa o ancora durante le emigrazioni quando il migrante portava con se una fava. Non è quindi impensabile che  nel battesimo abbia medesimo segno augurale.

[3] Prima caliati (ossia messe nella sabbia) e poi immerse ripetutamente nell’acqua bollente

[4] Panuzzu da Santuzza. “pi stu pani ca miitti darria u cristalli vi preu u truonu d’alluntanalli!”

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