GRAVIDANZA

La donna, la moglie, era vista soprattutto come strumento procreativo. In una cultura che si basava sulla prole e sul sostegno dei giovani nei lavori e nelle attività familiari, il ventre della donna era il centro nevralgico delle attese. La donna gravida diveniva al tempo stesso oggetto sacro ma in pericolo, costantemente minacciato da fattori esterni. Diviene la porta verso l’alterità, diventa quasi un pericolo per l’integrità della famiglia, dalla sua gravidanza potrebbero dipenderne le sorti.  

 L’importanza di avere bambini è sottolineata in entrambe le interviste che tendono a sottolineare l’inutilità di una donna sterile. La Signora B ricorda qualcosa di molto interessante “ era tarentula ca un pigghiava frummentu” ossia era come un forcone che non prendeva  frumento. L’analogia con l’attrezzo agricolo e il ciclo del grano ci riporta ad una società imperniata sul lavoro dei campi  le cui metafore non si distanziavano da essa.  Ma perché proprio uno strumento per spagliare? Perché la donna è definita una tarentula e non magari una falce?
Una prima spiegazione potrebbe essere che la forma dello strumento ( si presenta come un V leggermente arrotondata  “comi na furcedda”) abbia ispirato l’analogia con il sesso femminile  e che l’azione dello spagliare sia come un “creare”  far nascere il grano. tuttavia non si dice pigghiari pagghia… o livari pagghia  o ancora cerni frummentu. Si dice esplicitamente che non prende frumento. Non prende il seme. Non riuscendo a capire da solo se la mia ipotesi potesse essere coerente  ho chiesto ad altro informatore,   maggiori informazioni sull’uso della Tarentula. Lui non mi ha detto che si prendeva con essa il grano ma al contrario che si lanciava la paglia e si lasciava il grano a terra. Ancora quando gli ho detto “a tarentula pigghiava frummentu” si è sorpreso dicendomi che era impossibile che lo potesse fare…visto che aveva solo due denti e distanti tra loro.  Ho chiesto infine del modo di dire e mi è stato risposto che quello era per dire che non poteva restare incinta ed era per non dirlo in maniera volgare.
tarentula o no.. la donna sterile era comunque malvista. La signora A, più giovane, ricorda che la rabbia dei parenti dello sposo potesse concludersi con un divorzio. La Signora B invece testimonia tenacemente che ciò non accadeva ai suoi tempi, la donna era guardata come “una cosa di nenti”,era disprezzata dai parenti ma “un si lassari nuddi! Ora si lassini!prima aviani a pacienzia, un’appi e basta”.  L’informatrice più giovane ci riferisce anche che il marito era quasi socialmente autorizzato a tradire la moglie perché sterile. Da entrambe le testimonianze si rileva che era comunque “sempri curpa da fimmina!”  e anche se le intervistate sottolineano che i tempi sono cambiati, io stesso ho sentito ripetere più volte “so mugghieri un potti aviri figghi” e mai di un marito con identico problema.
vista la sanzione sociale che l’essere sterili comportava, si ricorreva a pratiche magico-religiose per scansare questa afflizione, questa vergogna. Le informatrici parlano di preghiere devozionali alla Madonna della Catena (a  Matri a Catina) o a Sant’Antonio e ancora di una pratica abbastanza diffusa fino ai giorni nostri “scinniri no Signuruzzu da Matrici Vecchia”:  si aspettava l’ottava di Pasqua o i giorni “da festa i sepurca” (giovedì e venerdì santo; Pasqua)per scendere nella cripta e “farisi a cruci” davanti l’affresco raffigurante il Cristo Risorto (U rimvinvisciutu o rinvisciutu). La signora A ricorda anche di bevande  e infusi di erbe a cui si tributavano poteri salutari, purtroppo però non conosce gli ingredienti.
l’uso dell’adozione era una pratica modestamente diffusa nella Castelbuono della Signora B che si affretta a chiarire “ u si e u no… era taliati malamenti stu picciriddi ch’era figghi santi!”, mentre più apertura ricorda la signora A.  Entrambe sono concordi nell’affermare che U figghi Santi dovesse essere qualcuno di famiglia, figlio di parenti o di fratelli e sorelle qual’ora ne avessero in gran numero, o al massimo qualcuno del paese. La Signora B dice chiaramente che non esistevano adozioni da lontano “ no! Di luntani nuddi si pigghiava!”  e che era meglio “tra di iddi” . l’adozione di qualche estraneo era percepita, e in qualche caso è, come pericolosa e inutile.  Se qualcuna cercava in tutti i modi possibili di avere un bambino c’era chi invece tentava di smettere di averne perché la famiglia era diventata troppo numerosa o perché non era sposata o perché semplicemente non avrebbe potuto crescerlo. V’erano infatti anche metodi per abortire. La signora A ci parla sia di beveraggi, sia di ingestione di grandi quantità di prezzemolo, ritenuto abortivo, che di pratiche ben diverse come mettere i piedi in acqua per far raffreddare il grembo. In altre occasioni ho raccolto la testimonianza che per abortire era necessario bere tantissima acqua così che il bimbo annegasse oppure mangiare “carduna” (cardi).
il piccolo aborto era tuttavia rispettato e onorato come un defunto. Diversamente tuttavia erano trattati i bimbi nati morti come vedremo più avanti.
Una volta incinta e se il figlio era accetto lo si comunicava a tutti i parenti  per opera , la donna era sacralizzata non solo dalla famiglia ma anche dal vicinato! Diveniva un essere delicatissimo che doveva seguire un vasto decalogo di regole dettate da secoli e secoli d’esperienza. Tutto poteva esserle pericoloso cominciando dal cibo.
poteva mangiare un po’ tutto specialmente carne e pesce, stando attente però a non ingerire la carne cruda. Doveva, secondo la tradizione, mangiare per due. Le si dava il cervello degli animali perché nutriente e per metterla in forze era uso darle da bere del sangue di animale appena macellato “ancora caviru caviru”. Il pericolo legato al cibo era di tutt’altra natura…era legato al “disiu” , alla voglia.
bisognava stare attenti a non desiderare ardentemente qualcosa da mangiare,e qualora si cadesse in questa trappola a non toccarsi alcuna parte del corpo. Se infatti la donna incinta si grattava pensando ardentemente a qualcosa “c’ha  stampava” ossia la “disegnava” sul corpo del nascituro nel punto esatto in cui si “tuccava”. Per evitare voglie (disii) troppo vistose, se proprio non poteva resistere, la donna si grattava “nacchi un si vidia”. La signora B ci spiega che una voglia non soddisfatta poteva anche portare alla morte del neonato per “ a smania”  (la brama) intensa della mamma. Le due donne portano diversi esempi di questo genere e la Signora B si rifà alla sua vita racconta infatti che

 “quannu accattai a Anna, u viri mi persuadiva accussì, scinnii di campagna cu desiderii ca vulia un coni, coni! Ca un c’era nuddi  na strata p’accattarimi u coni e ia mi raspai cà si tocca la gamba e Anna avi druocu comi un coni pi daveri!”
“quando ero gravida di Anna, lo vedi? La pensavo così, sono scesa da campagna con il desiderio di un cono gelato. Cono! Qui nella strada non c’era nessuno per poter andare a comprarmi il cono e io mi sono grattata qui si tocca la gamba e Anna ha lì una macchia rassomigliante ad un vero cono”
  

“na voti u nonni mi ivi pi ficulinii, quanni accattai a Maddalena,  ca ia di notti vulia i ficulinii e ivi a cogliri, erimi a Zurrica e i ivi a cogliri lesti..mpazzica pua..no chi ci vinia a vogghia…si putia abortiri”

 

   

“ una volta il nonno mi andò a raccogliere i fichidindia, quando ero gravida di Maddalena, poiché io di notte avevo voglia di fichidindia e li è andato a raccogliere, eravamo a Zurrica (contrada castelbuonese), e li raccolse subito…. Non si sa mai poi… non solo che poteva venirgli la macchia ma si poteva anche abortire!”  

La signora A invece racconta di una bimba con la voglia di cannolo e dice di conoscere voglie a forma di fragola e di caffè (a macchia marrò).  Ragiona però sul fatto che se fosse vero , al giorno d’oggi, con la molta pubblicità di alimenti la madre sarebbe sotto costante  rischio e “u picciriddu vinissi a puà”.
ci comunica che prima si evitava di nominare molti cibi davanti una donna gravida,  se qualcuno nel vicinato cucinava qualcosa gliene si portava un assaggio, se entrava in un negozio le si offriva un po’ di tutto.
altre gentilezze come farla sedere, non farle portare grandi pesi.  

Altro grande pericolo era la vista di cose brutte o spiacevoli. Non le si facevano vedere i morti o animali affinchè non si impressionasse. Tramite il vedere infatti poteva imprimere al nascituro caratteristiche brutte o deformità. Esempio pratico, che entrambe le donne ricordano, è il fenomeno della Maravigghia o Meravigghia. “farisi meravigghia” equivaleva al potenziale di una voglia. Il meccanismo è ben espresso da entrambe le intervistate: qualora la donna vedesse un bambino malformato e se ne stupisse le caratteristiche passavano direttamente al proprio figlio. Il fenomeno tuttavia non è così semplice. Dalle testimonianze che esse danno si capisce come sia davvero ampio il ventaglio di casi per cui la meravigghia ricade sul bimbo.
La Signora B :

“chissi ci vinni accussi  u sa ca…. Una vota c’era  una cu i capiddi russi ,tutta pili russi  si fici meravigghia chi chidda era cu i capiddi russi e dici… l’aviani na meravigghia!”

 

   

“questo bimbo gli è nato così perché una volta c’era una donna con i capelli rossi, tutti rossi, si è fatta meravigghia di questa donna che aveva i capelli rossi e poi gli è venuto così… ce l’avevano con la meravigghia!”


“ cosi tinti nenti! Chi passava occhaduni cu immi? Trasitinni mi dicia ma mà senza talialli! Un s’è bisuogni i dilli basta! Ia ci dicia u sa chidda avi stu picciriddi accussì…Zittiti mi dicia! Senza fariti meravigghia!”

 

   

“ Cose brutte nessuna! Passava qualcuno con la gobba? -entratene!- mi diceva mia mamma -senza guardarlo! Non c’è bisogno di dirlo…basta!-.  io le dicevo –lo sai? Qulla ha un bimbo così…- -Zitta!- mi diceva –senza farti meravigghia!-“  

il potere del vedere era anche potere del dire. La parola influenzava la realtà come in un rito magico. La realtà tuttavia influenzava il futuro perpetuandosi in maniera non genetica ma per strane trame del destino. “cosi tinti nenti!” e nelle cose brutte rientravano una miriade di cose: dal bambino brutto, all’animale, perfino a determinati quadri delle chiese. Complesso il fenomeno dei defunti. Era infatti una concorrenza di “‘mpressioni”(impressione) e meravigghia. Se si meravigliava del morto moriva il bimbo.
potevano invece guardare, anzi dovevano, tutte le cose belle specialmente i bambini. Una Signora devota della Madonna del Rosario così mi raccontava in occasione della festa  

“ quannu unu è ncinta ha veniri cà e taliari u picciriddi c’avi ‘mmrazza  a Matruzza! Ca accussi u picciriddu ci veni beddu comi a chistu!”
“ quando una donna è gravida deve venire qui e guradare il bimbo che ha la Madonna in braccio! Cosi il bimbo verrà bello come questo!”.
  

A proposito di guardare, era severamente vietato far capire ai bambini che si era incinta. I due periodi che prendo in esame grazie alle preziose testimonianze delle mie informatrici sono consecutivi e la Signora B descrive esattamente il momento in cui si decise di far capire anche ai bambini cosa succedeva. Sono gli anni in cui è bambina l’altra informatrice che difatti non ricorda questi tabù.
la Signora B ci dice che non si doveva far capire nulla, addirittura bisognava indossare, per uscire di casa un “cappottini” largo per delicatezza nei confronti di chi guardava. “i carusi unn’avani a vidiri nenti!” si stava anche in casa molto coperti, con grandi vestaglie.  

“ e carusi si ci dissi quanni ia accattai l’urtima carusa…quanni fu di Anna a livatrici mi dissi – e no no…ora ponn’assistiri i carusi…si ci po’ diri occhi cosa dici…”
“ai bambini si prese a dirlo al tempo che partorii l’ultima bambina… quando nacque Anna. La levatrice mi disse – e no no! Ora possono essere partecipi i bimbi…si può dire loro qualcosa!”
  

prima di allora (anni  ’50) i bambini scoprivano l’arrivo del fratellino solo dopo ch’era avvenuto il parto durante il quale erano tenuti a debita distanza a casa di parenti.  

Come riferisce la Signora A, la donna gravida non poteva tessere al telaio (sezione sul parto)perché considerato qualcosa di pericoloso.  

“quannu era ncinta un putia tessiri…picchi u tilari un lu putia fari (..)era puru scaramanticu n’è confronti du picciriddu”  

“quando era gravida non poteva tessere, perché il telaio non poteva usarlo. Era pure scaramantico per tutelare il bimbo”  

Riallacciandomi ad altra tradizione che non vuole si tessa il giorno prima del matrimonio e il giorno di San Giovanni Battista mi sorge il dubbio che in questi momenti particolari, pregni di magia (il giorno del santo) o fasi liminari (le altre due occasioni) si eviti di tessere per non influenzare la realtà intrecciando fili.  

Non mancavano, durante la gravidanza, i riti di divinazione per scoprire il sesso del bimbo.  Ne esistevano di diversi tipi. Alcuni guardavano all’aspetto esteriore come la forma della pancia ( tonda se femminuccia, “pizzuta”se maschietto) o il cambiamento della madre. Su questo punto è molto chiara la Signora A che pronuncia anche un proverbio “si bedda ti fai fimmina farai!” ossia se non ingrasserà nel volto o non le si deformerà partorirà una femmina. La stessa informatrice ci riferisce altri due metodi di divinazione : uno usando una fava, l’altro la fede nuziale. Il rito della fava prevedeva il lancio di essa alle spalle della puerpera e assecondo se prendeva un uomo o una donna si capiva il sesso del nascituro. Quello della fede invece veniva e viene eseguito nel seguente modo:  colei che chiede di sapere il sesso del nascituro dà al celebrante il proprio anello nuziale. Egli lo lega ad un filo e lo lascia pendere libero sul palmo della mano destra della donna. Se le oscillazioni saranno circolari sarà una bambina se invece la fede andrà  avanti e indietro su una linea retta sarà un maschio. Qualcuno aggiunge che se resta ferma vorrà dire che il bimbo non nascerà. La stessa tecnica si usa per sapere quanti figli avrà una donna.
La Signora B ricorda di un signore castelbuonese che riusciva ad indovinare il sesso del nascituro tramite l’uso di un orologio.
v’erano poi  osservazioni comportamentali della donna, un esempio ci è dato dalla signora B. Si credeva che fosse indicativo il piede con cui scendeva dal letto la mattina. Se scendeva con il piede sinistro era maschio altrimenti femmina.
entrambe riconoscono che spesso  queste pratiche erano fallimentari ma si continuavano a perpetrare.   
La donna gravida aveva particolari devozioni. La Signora B ci racconta la sua esperienza  di gravidanza in occasione della quale si votò alla Madonna della catena:  

“ na l’urtimi misi quanni era propria rossa rossa, abbrazzetta cu ma mà ni ni iaumi a Matri a catina a fari a novena . pi novi iorna a pedi pi novi iorna ni ni iaumi a Matri a catina e ci faciumi a preghiera! Quannu pua nasciva e quaranta iorna…duoppi i quaranta iorna ca prima di quaratna iorna un si niscia…iavimi arria  a Matri a Catina per ringraziari! E ci faciumi arria u viaggi, c’era a Missa e ringraziaumi a Madonna!”  

“ nell’ultimo mese, quando io ero proprio grossa grossa, a braccetto con mia mamma andavamo alla Madonna della catena per fare la novena. Per nove giorni a piedi, per nove giorni andavamo alla Madonna delle catena e le facevamo la preghiera!quando poi nasceva (Il bimbo, dopo quaranta giorni…dopo i quaranta giorni poiché prima di quaranta giorni non si usciva…andavamo di nuovo alla Madonna della Catena per ringraziarLa! E le facevamo di nuovo il viaggio, c’era la messa e  ringraziavamo la Madonna”  

la pratica del viaggio alla Madonna della Catena è ancora vivissimo. Soprattutto durante la festa. La Madonna della Catena era vista come la liberatrice dalle catene del parto. Per strada si recitava il rosario intervallato dalla posta “santa Matri da catina hai a tia sula pi vicina un scurassi sta iurnata senza ch’ia sia cunsulata!”. Vi si andava ogni volta e non vi andavano solo le primipare come testimonia la Signora B che dice chiaramente che c’è andata tutte e 5 le volte.
altre pratiche legate al culto della Madonna della catena saranno esposte nel capitolo dedicata alla Nascita.
La signora A ci offre invece informazioni su altre devozioni come quella a Sant’Anna e a Santa Rita che era particolarmente invocata  

“A Santa Rita nfatti tanti mammi c’hanu fatti i promisi ch’anu fatti anieddi pirchì è a santa di l’impossibili e ci fannu puri i prumisi”   

“A Santa Rita infatti tante mamme hanno donato gli anelli perché è la Santa degli impossibili e le fanno pure le promesse”  

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